Jacovacci, il pugile nero di Roma che mise paura al fascismo

Jacovacci, il pugile nero di Roma che mise paura al fascismo

Del momento più importante della vita sportiva, forse dell’intera vita di Leone Jacovacci, non c’è traccia nei filmati dell‘Istituto Luce. Strano, perché di immagini del match epocale vinto contro Mario Bosisio, valido sia per il titolo italiano che per quello Europeo dei pesi medi, se ne sono salvate parecchie. Il fatto è che il giorno seguente a quel 24 giugno 1928 qualcuno si preoccupò di tagliare fotogrammi che era meglio non tramandare ai posteri. Perché nella Roma che avrebbe dovuto ”sorprendere l’universo, meravigliosa, ordinata  e potente come lo è stata ai tempi di Augusto”, secondo il progetto di Benito Mussolini, non c’era posto per un pugile dalla pelle nera.

”Il pugile del Duce”, un film di Tony Saccucci  nelle sale nel marzo 2017 in occasione della giornata mondiale contro il razzismo, ripercorre la storia del leggendario atleta degli anni venti.

Leone è il re della foresta: per tre anni, fino a quando il padre – un ingegnere che va in Congo per conto di una società belga e si unisce ad una bella ragazza locale – lo riporta in Italia sottraendolo per sempre alla madre. Leone bambino, una volta in Italia, è curioso e irrequieto. Scappa più volte da scuola eppure riesce a finirla con voti neanche disprezzabili, poi anche Roma gli sta stretta. Fugge lontano, si finge indiano per ottenere asilo su una nave britannica, dove impara i rudimenti della boxe. Il suo nuovo nome è John Douglas Walker, quando inizia a combattere diventa Jack.

Inghilterra, Francia, il mondo si accorge di lui ed anche della sua vera origine quando a Parigi, nel bel mezzo di una battaglia selvaggia, si rivolge al secondo ed esprime un eloquente ”sbrighete, damme l’acqua…” In Italia la federazione fatica ad adeguarsi alla verità. E’ italiano? Neanche per sogno, perché ci vogliono 4 anni affichè quella cittadinanza che gli spetta di diritto gli venga riconosciuta quasi come fosse una grazia. Pensa a combattere Leone, lo vuole fare per l’Italia: non è antifascista, magari simpatizza pure per un regime che però lo teme non poco. Perché Jacovacci piace al popolo, a Roma è un idolo e questo i poteri forti lo percepiscono come una minaccia .

Il 24 giugno allo Stadio Nazionale, l’attuale Flaminio, vanno in quarantamila per vedere la sfida con Bosisio, in un un incontro che è tutta una contrapposizione. Jacovacci è potente, nero, romano, del popolo. Bosisio è tecnico, biondo, bianco come il latte, milanese. E la gente canta una celebre canzoncina che ancora qualche anziano manda a memoria: ‘‘Non ti arrabbiare, caro Bosisio, se Jacovacci, ti ha rotto il viso”.

E’ il primo vero scontro sociale della storia dello sport, dalla Lombardia vengono organizzati treni speciali. Uomini del fascismo come Balbo e Bottai sono in prima fila ad uso dei cinegiornali, nei giorni precedenti arriva una lettera di Gabriele D’Annunzio che annuncia la sua partecipazione. La qualità delle immagini, semplicemente straordinaria, viene alternata con ritagli di giornale, foto d’epoca e un album dove lo stesso Jacovacci tiene con scrupolo la lista dei suoi risultati. Eppure quel giorno lo segna in rosso, con meno attenzione ed enfasi rispetto agli altri. Perché forse percepisce che è proprio da quell’incontro che inizia il suo declino.

Da campione d’Europa torna in Francia, viene isolato dal regime mentre Bosisio si fa intervistare sotto braccio al gerarca di turno per riaffermare l’ingiustizia di quel verdetto. (Fonte La Repubblica)

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