Perché il Calcio non c’entra niente con lo Ius Soli

Perché il Calcio non c’entra niente con lo Ius Soli

di Salvatore Di Bartolo – Dopo il discorso di insediamento all’assemblea Dem di Enrico Letta, nel nostro paese è tornata prepotentemente in auge la questione Ius Soli, con il neo segretario del PD intenzionato fermamente ad inserirlo tra i punti nell’agenda di governo.

Moise Kean

Ma cos’è esattamente lo Ius soli? Il termine deriva dal latino, è significa letteralmente “diritto del suolo”, si tratta dunque di un’espressione tipicamente giuridica che presuppone il diritto alla cittadinanza di un dato paese come conseguenza del fatto di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Ma esiste solo un tipo di Ius soli? No. Si parla di Ius soli puro, se nasci sul territorio di uno stato e ne acquisisci immediatamente la cittadinanza. Esiste poi quello temperato, ed in questo caso non basta nascere sul territorio di uno Stato per acquisirne la cittadinanza.

E in Italia? Nel nostro paese la cittadinanza non si acquisisce per Ius Soli, bensì per “Ius Sanguinis”, ovvero diritto di sangue, secondo cui la cittadinanza si trasmette da genitore in figlio. A tal proposito, la L.91/1992 stabilisce che il figlio di genitori stranieri nato in Italia possa diventare cittadino italiano solo al compimento del 18º anno di età se residente ininterrottamente nel nostro paese.

A partire dal 2016, tuttavia, nel nostro paese esiste un disegno di legge per lo sport. Il cosiddetto Ius Soli sportivo, che permetterebbe ai minori stranieri di età inferiore ai 10 anni di essere tesserati presso le federazioni sportive con gli stessi criteri dei bambini italiani, anche se con il limite di non poter essere convocati nelle nazionali giovanili in quanto sprovvisti di cittadinanza.

Ma come vanno le cose nel resto d’Europa?

Mesut Ozil, Jerome Boateng

Negli ultimi anni, quando si è tirato in ballo lo Ius Soli, spesso e volentieri anche per convincere l’opinione pubblica della bontà della questione, i pro Ius Soli hanno utilizzato come termine di paragone il calcio quale esempio vincente di integrazione, con specifico riferimento ai casi di due paesi europei, Germania e Francia, che nel recente passato hanno dominato la scena calcistica con giovani di diverse etnie con i quali hanno vinto le ultime due edizioni della Coppa del Mondo.

Ma quindi in tali due paesi si può parlare di Ius Soli? La risposta anche in questo caso purtroppo è negativa.

In Germania, infatti, si può acquisire la cittadinanza tedesca solo dopo aver risieduto legalmente per almeno 8 anni ininterrotti sul territorio tedesco. Questo fa sorgere dunque un ulteriore interrogativo: quei formidabili calciatori che hanno portato la Germania sul tetto del mondo come hanno ottenuto la cittadinanza? Nessuno di loro l’ha acquisita per Ius Soli, bensì per Ius Sanguinis.

Marcel Desailly

E in Francia invece? Nel paese transalpino la cittadinanza si acquisisce se si è titolari di una posizione lavorativa, si conosce la lingua e si è stati residenti legalmente in Francia nei cinque anni precedenti alla richiesta. I figli di genitori stranieri nati in Francia acquisiscono invece la cittadinanza al compimento del 18º di età se hanno risieduto almeno cinque anni nel paese. Gli appassionati di calcio avranno di certo un vivo ricordo sia della nazionale francese del 1998 che di quella del 2018 entrambe trionfatrici al Mondiale ed entrambe infarcite di giocatori di origine africana. Ius Soli? Anche questa volta no.

Sia i campioni che vinsero la coppa nel 1998 sia quelli del 2018 sono tutti cittadini francesi per Ius Sanguinis. Il che dimostra quanto, sia il modello tedesco sia quello francese, siano estremamente fuorvianti e che, soprattutto, lo Ius Soli non ha proprio nulla a che vedere con il calcio e che la strada per i diritti degli immigrati che nascono in Italia o in altri paesi europei è ancora lunga.

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