Storie di Sport. Anticoli e Gelsomini, gli sportivi uccisi dai nazisti

Storie di Sport. Anticoli e Gelsomini, gli sportivi uccisi dai nazisti

Ogni anno il 24 marzo si ricorda uno degli eventi più tragici del periodo dell’occupazione nazista di Roma: l’Eccidio delle Fosse Ardeatine.

Sono stati fucilati 335 persone scelte a caso all’interno delle antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina. Fu una risposta del regime nazifascista all’attentato di via Rasella avvenuta il 23 marzo 1944 in cui persero la vita 32 militari tedeschi.

In quella lista figuravano militari Italiani, prigionieri politici, gente comune, preti che hanno nascosto gli ebrei, anche loro naturalmente presenti in quel luogo di morte in 57, e infine anche degli sportivi tra cui il pugile ebreo Lazzaro Anticoli e il velocista e rugbista Manlio Gelsomini.

Conosciamoli meglio.

Lazzaro Anticoli,conosciuto con il soprannome di “Bucefalo” che derivava dal mitico cavallo di Alessandro Magno, era nato il 7 aprile del 1917 nel ghetto romano. Fu nel rione romano di Trastevere che si mise in luce e iniziò ad acquistare una certa fama.

Scelse di fare il pugile sia per passione per questo sport, ma anche per difendersi dagli attacchi che col tempo si fecero sempre più quotidiani, che le squadracce fasciste effettuavano contro gli appartenenti alla religione ebraica. Nel corso degli anni, il ring divenne un vero e proprio luogo di lavoro per Anticoli che acquistò sempre più notorietà e, nel 1937, rischiò addirittura di sfidare il pugile italiano più famoso di allora: Primo Carnera. La fama dello stesso Carnera crebbe sempre di più che il Partito Nazionale Fascista lo fece diventare un vero e proprio modello propagandistico da seguire.

Nel 1938 a causa delle leggi razziali promulgate dal regime di Mussolini tutti gli ebrei italiani dei loro diritti più fondamentali. Anticoli, a seguito di questa decisione, non poté più portare avanti la sua carriera sportiva e si dovette reinventare, dal punto di vista lavorativo, per dar da mangiare alle sue due figlie e a sua moglie: per la precisione diventò un commerciante.

Venne arrestato la mattina del 23 marzo 1944 a seguito di una soffiata di Celeste di Porto: una collaborazionista dei nazi-fascista di origine ebrea, conosciuta come “La Pantera Nera”. Il giorno seguente fu trucidato a soli 27 anni dagli alleati del regime fascista.

Manlio Gelsomini, anche lui romano, nacque nella città eterna il 9 novembre del 1907. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 fece parte della resistenza nel Fronte militare clandestino della Resistenza romana e venne mandato, sotto il falso nome di Ruggiero Fiamma, nella zona dei monti viterbesi.

Iniziò la sua carriera sportiva come velocista nella polisportiva della AS Roma. Con quella maglia stabilì due record regionali: quello nei 100, corsi in 11 secondi, stabilito il 1 aprile 1929 sulla pista dello stadio della Fanesina di Roma e quello sui 200 m, corsi in 22” e 4, stabilito allo stadio Littorio di Napoli nel 1930. Entrambi questi record resistettero fino al 1937. Dopo la sua carriera da velocista decise di tentare la fortuna nel mondo della palla ovale: nome italianizzato con cui, durante il ventennio fascista, veniva chiamato il gioco del rugby. In questo ambito, per ironia della sorte, indossò la maglia dell’altra squadra della Capitale, la SS Lazio, e ricoprì il ruolo di ala.

Dopo la chiusura della sua breve carriera rugbistica fu il turno del mondo della medicina. Il 15 luglio 1932, infatti, Manlio Gelsomini si laureò in medicina e, poco dopo, prese la specializzazione in pediatria. La carriera medica lo portò a lavorare, nel quartiere romano di San Lorenzo, assieme ad un giovane medico ebreo: Giorgio Piperno.

Fu arrestato il 12 dicembre 1943 fu condotto nella cella numero 5 del carcere di via Tasso. Da qui uscì, dopo mesi di torture quotidiane, il 24 marzo 1944 per essere condotto alle Fosse Ardeatine dove terminò, con un colpo alla testa, la sua breve esistenza a soli 36 anni di età.

Tra i sei milioni di vittime del nazifascismo, il “martirologio sportivo” ha provocato la morte di sessantamila atleti, di cui 220 di alto livello.

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