Semi di Parola: Una Settimana di Passione

Semi di Parola: Una Settimana di Passione

 Commento al Vangelo della Domenica delle Palme

di Fra Marcello Buscemi e Tiziana Frigione

(Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Lettera di san Paolo ai Filippesi 2,6-11; Marco 14,1 – 15,47)

Commento Biblico.

Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 14,1-15,47). Ascoltando queste parole, riflettiamo su alcuni punti salienti della passione di Gesù. L’unzione di Gesù (Mc 14,3-9): nella casa di Simone il lebbroso, arriva “una donna con un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore e lo versa sul capo di Gesù” (Mc 14,3). Piange la donna i suoi peccati, ma il suo gesto è profetico: “ha unto in anticipo il corpo di Gesù per la sepoltura”. C’è chi si fa paladino dei poveri e alla fine tradisce. In verità, i poveri li si ama in Gesù e Gesù nei poveri (Mc 14,7).

L’ultima Cena (Mc 14,12-25): è la celebrazione della Pasqua che Gesù celebra con i suoi discepoli, mistero di amore, in cui Gesù ci dona il suo corpo: “Prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo”, ma anche segno della nuova alleanza, in cui siamo salvati: “Prese un calice, e disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.” (Mc 14,23-24).

Nonostante il tradimento di Giuda, quella Cena è rimasta per noi segno dell’unità ecclesiale: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). Gesù al Getsemani (Mc 14,32-52): Marco insiste sull’angoscia del Signore: “L’anima mia è così triste da morirne” (Mc 14,34). Il Messia sofferente di Marco veglia e prega, lotta e soffre tutto solo, per superare la “tentazione”, che lo spinge a chiedere l’allontanamento dell’“ora” e del “calice” (Mc 14,35), l’ora della sofferenza messianica apportatrice di salvezza e il calice amaro dell’abbandono e dell’impotenza totale nella passione. È il momento di quella solitudine esistenziale, che il credente supera solo in un rapporto umile e confidente in Dio: “Non ciò che voglio io, ma quello che vuoi tu si faccia” (Mc 14,36), e nel ritrovare con Gesù la primitiva decisione: “L’ora è giunta e il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori” (Mc 14,42).

I discepoli, invece di rimanere con Gesù, “lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14,50). Il processo di Gesù (Mc 14,53-15,15): dinanzi al Sinedrio, suprema autorità giudiziaria dei Giudei, Gesù vien giudicato come “bestemmiatore”, perché si è proclamato “il Cristo, il Figlio del Benedetto” (Mc 14,61). Gesù non risponde alle loro accuse, più o meno pretestuose (Mc 14,57-61), ma ribadisce la sua vera identità: “Io sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo” (Mc 14,62). Silenzio anche dinanzi a Pilato: “Sei tu il Re dei giudei?”, accusa che per un procuratore romano significava: “Sei un rivoluzionario che non si sottomette al legittimo imperatore di Roma?”. Ma su ciò Gesù aveva già risposto: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12,7). Il potere di Gesù non è di questo mondo: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

Pilato non comprende, vorrebbe liberarlo, ma i Giudei gridano in massa: “Crocifiggilo” (Mc 15,14). La crocifissione e morte di Gesù (Mc 15,16-41): con uno stile sobrio, Marco ci fa rivivere e meditare il cammino doloroso di Gesù, che indebolito ha bisogno dell’aiuto di Simone il Cireneo per arrivare al luogo della crocifissione fuori città, il Golgota: “Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città” (Ebr 13,12), I soldati gli diedero da “bere aceto misto a mirra”: si adempiva la parola del Sal 69,22: “quando avevo sete mi hanno dato aceto”; e si divisero le sue vesti: “Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte” (Sal 22,19). Fu crocifisso insieme a due ladroni: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Is 53,3).

Fu innalzato sulla Croce e il motivo della sua condanna fu: “Il Re dei giudei”. Soldati e sommi sacerdoti bestemmiano e si burlano di Ge-sù, ma quel titolo regale rimane: Gesù è il Re dell’Israele di Dio. Dal suo trono di misericordia e di grazia, Gesù continua ad attirarci a sé: “Quando sarò innalzato. attirerò tutti a me” (Gv 12,32). E noi, con il centurione romano, professiamo con fede e amore: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”

Lettura esistenziale.

E’ una cosa bella, lo dice Gesù, che una donna rompa un vaso di alabastro, che contiene del profumo di nardo purissimo e lo sprechi tutto, senza trattenere nulla per sé, per ungere il capo di Gesù, come fanno i sacerdoti con il Messia! E’ una cosa bella rompere tutto ciò che trattiene l’amore e diffonderlo nel mondo, per raggiungere tutti ed in loro riconoscere Gesù! Lui entra lì dove c’è puzza di lebbra, insieme alla donna, sono simbolo della vita, amano così come sono amati da Dio. Noi oggi possiamo immedesimarci nel racconto emozionante di Marco, ripercorrerlo, identificandoci con tutti i personaggi che incontriamo, con nelle narici questo profumo, che risveglia i sensi, che esprime tutto il dono di sé, lasciando che il nostro femminile incarni sentimenti profondi di amore, che purificano tutta la promiscuità che ci abita, perché smettiamo di svenderci per pochi spiccioli e diventiamo spose, troviamo il Signore, da amare con fedeltà con tutto il cuore, nell’eccesso, senza misura.

E’ bene non usare il Vangelo per puntare il dito verso qualcun’altro,ma rientrare in noi stessi, perché siamo noi in quella folla che acclama ed un attimo dopo condanna, siamo Pietro che si addormenta, non sa tenere gli occhi aperti sulla realtà e per paura rinnega, Giuda che insegue il suo sogno e deluso tradisce, aiuta chi vuole impadronirsi di Gesù con l’inganno, siamo il centurione romano che con uno sguardo riconosce il figlio di Dio e Giuseppe d’Arimatea che ha il coraggio di chiedere il corpo di Gesù .

All’inizio di questa settimana Santa, possiamo riconoscere che in noi si alternano tenebra e luci costantemente ed ascoltando la Parola, che continua a parlarci, abbiamo l’occasione di tirar fuori il male profondo che è in noi , perchè Gesù vuole entrare nelle nostre ombre, non per giudicarci, ma per portare luce, allontanare i fantasmi e farci conoscere la realtà, la verità, il suo amore per noi. E’ bene ripetere con i discepoli: “Sono forse io?”, perché tutti proprio tutti davanti all’Eucaristia, al suo amore, mentre intingiamo nello stesso piatto e ci sentiamo amici, ci possiamo interrogare, riconoscerci mancanti, per essere nutriti e sanati dal suo amore. Il grande mistero è riuscire a vedere in questo pane e in questo vino la realtà stessa della vita, perché chi dona qualcosa veramente, dona se stesso e non possiamo fermarci al dono, perché non è il dono ad avere valore ma la persona , la relazione che ci fa prendere il dono come benedizione e non come veleno, vivere così il bene come perdono, grazia, comunione, fraternità, senza più restituire il male per non moltiplicarlo. Gesù ci mostra che tutto ciò che siamo è comunione col Padre, è Eucaristia, è gioia di vivere, di essere Vangelo. Entriamo con Gesù a Gerusalemme, accompagniamolo fino alla croce e lì comprendiamo lo spreco del profumo , conosciamo veramente Gesù. Lui è con noi nella nostra miseria, nel nostro tradimento, nella ingratitudine, in tutti i nostri nascondimenti, in tutte le nostre paure e presunzione di essere giusti, e ci mostra come vivere tutto questo. Decide di restare, si lascia baciare, sapendo che lo tradiamo, lo rinneghiamo, lo crocifiggiamo, lo malediciamo, lo abbandoniamo, ci ama di più, di un amore nuovo, divino.

Nella notte decisiva, nei momenti difficili, vive con noi l’impotenza, il fallimento, la paura e l’angoscia, sentiamo con lui tutto il male, perché chi ama lo sente su di sé, lo porta , soffre per chi si vuole realizzare seguendo vie sbagliate, per chi cova rancore, odio, vendetta, ripicca, separa e si separa, rischia il suicidio, la morte di se stesso. Teniamo gli occhi aperti su questa realtà, almeno un’ora, senza disperarci davanti al male, poi possiamo riposare in qualunque notte, perché il Signore lo vedremo accanto a noi tutte le volte che apriremo gli occhi. Viviamo il passaggio “dalla mia alla Tua volontà”, perché Dio vuole solo il nostro bene e possiamo compierlo fino in fondo, essere così riconosciuti, anche da un centurione, come figli di Dio, testimoniare con coraggio la nostra fede, anche nelle sfide estreme, senza cedere alla violenza, essere veramente tempio di Gesù, per portare il suo profumo nel mondo.

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