Resta con noi, perché si fa sera

Resta con noi, perché si fa sera

 Commenti Fra Marcello Buscemi e Tiziana Frignone

Letture At 3, 1-10 Sal 104 Lc 24, 13-35

Riflessione biblica

“Egli entrò per rimanere con loro”. Rimani con noi, Signore. La tua parola è presenza di luce: illumina la mente e il cuore. Ci aiuta a penetrare nel mistero della tua missione di salvezza: Antico e Nuovo Testamento ci parlano di te. Leggiamo ciò che la Legge i profeti hanno profetizzato di te. Dei tuoi dolori: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” (Is 53,3), e impareremo che la sofferenza ci purifica e ci rende simili a te per la salvezza del mondo. Della tua missione salvifica: “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5); vivremo il nostro dolore con te come un messaggio di luce e di amore per il mondo intero, bisognoso di essere guarito. Della tua glorificazione: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità” (Is 53,11), e nel nostro cuore rifiorirà alla speranza che “si compirà per mezzo tuo la volontà del Padre, il suo progetto di amore per tutti noi” (Is 53,10). Anzi, il nostro cuore arderà per te e attenderà la tua promessa: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo” (Gv 17,24). Rimani con noi, Signore: nello spezzare il pane, ti riconosceremo adorandoti e saremo una cosa sola con te: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). Anzi, “mangiando te, vivremo per te” (Gv 6,57). Dacci sempre di questo pane, Signore e con esso comunicaci il tuo Santo Spirito, perché “è lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; e le tue parole saranno per noi spirito e vita” (Gv 6,63).

Lettura esistenziale

Noi, esseri umani, di fronte ad un evento, abbiamo bisogno di cercare un senso e per farlo attingiamo all’esperienza, alla ragione, a quei referenti interni che proiettiamo sulla realtà esterna, fatti di desideri, bisogni, paure, speranze, sentimenti, che finiscono per tradire ciò che realmente accade, ma soprattutto soffocano quella dimensione intima, abitata dall’amore di Dio, che accolta, ci fa resistere al dolore, alla paura, alle tentazioni e ci fa attraversare tutto della nostra vita, portando nel mondo speranza ed amore. Così l’esperienza vissuta con Gesù, per i due discepoli, si svuota del significato profondo che ha per tutta l’umanità e per loro stessi, nella narrazione gli eventi assumono un significato personale, hanno il sapore della tristezza, della delusione, dell’incredulità, della perdita. Si rifugiano, ripiegandosi in se stessi, per sopravvivere alla tristezza ed al dramma del presente. Evadono da Gerusalemme, da ciò che accade, anche lungo il cammino, tanto da non riconoscere che Gesù è accanto a loro, che è risorto ed abita nei loro cuori. Mentre Gesù, afferma che ogni piccolo frammento di storia è stato importante e necessario, per compiere le Scritture, per salvarci, giungendo fino a noi, per dirci che la vita è sempre un dono, va accolta tutta, così com’è, abitata, attraversata fino in fondo ed è luogo di risurrezione, loro lottano contro la storia, disertano il presente, giudicano e riempiono la vita di lamentele. Anche noi in quel giorno, dopo la risurrezione, siamo in viaggio, sappiamo cosa è accaduto, ma non abbiamo capito molto, non abbiamo fatto veramente esperienza , siamo delusi e sconfortati, decidiamo di abbandonare così il nostro mondo, la nostra Gerusalemme, per fuggire verso Emmaus, evadere e ritrovare un piccolo riparo all’orgoglio ferito. Ci sta comunque a cuore ciò che è accaduto, ne parliamo durante il cammino e litighiamo, senza venirne a capo, perché vediamo solo ciò che vogliamo vedere, siamo troppo pieni di altro per essere obiettivi , ma è parlandone che lo evochiamo e lui è presente, sta ad ascoltare, interroga, spiega, e ci risveglia il cuore. Sono le parole buone che ce lo fanno ardere, il Vangelo che agisce così in noi, che con la verità allontana la menzogna. La Parola pian piano ci libera da ciò che ci domina, da ciò che proiettiamo nella realtà, da quel fallimento che chiude i nostri occhi sull’altro, da quella tristezza che dipinge di nero tutto, da quella frustrazione che trasforma un dialogo in occasione di litigio. Non abbiamo creduto, spesso non crediamo, che l’amore è più forte della morte, ma possiamo fare memoria, ripercorrere tutta la Bibbia, lasciando che Gesù ci parli della sua passione, l’amore assoluto di Dio per noi. Lui lo fa per tutto il cammino della vita , ci accompagna anche nelle nostre fughe, aspetta che noi lo invitiamo a casa nostra, nel nostro cuore, lo amiamo, perché l’amore può vivere dove è amato, altrimenti è messo in croce. E proprio nella sera, se lui resta con noi, il giorno non ha fine e lui continua a dare il pane, se stesso, ed è lì che apriamo gli occhi, davanti a questo amore che si fa pane e vita, perché lo riconosciamo lì dove facciamo esperienza vera dell’amore. Non è invisibile Gesù, vivendo come Lui , diventiamo uguali a lui, lo vediamo in noi stessi, nei nostri gesti che parlano di lui, nel nostro volto che si illumina, nelle nostre esperienza che creano unione, lo incontriamo nei fratelli ed anche se a volte non lo riconosciamo, lui è a fianco a noi. Come lui proprio nell’esperienza della croce , possiamo testimoniare l’amore , la relazione vera con i fratelli, perché nel tradimento, nell’accusa, nella condanna, possiamo amarli, certi che chi compie il male, lo fa perché non si sente amato e solo un amore più grande può salvarlo, altrimenti è perduto e lo siamo anche noi se non ci apriamo all’amore, al mistero di Dio, se non comprendiamo che tutti nasciamo da questo amore. E’ il cambiamento del cuore la vera risurrezione, allora lo incontriamo, possiamo riconoscerlo nella vita di ogni giorno, accade quando passiamo dalla tristezza alla gioia, dal volto scuro al volto luminoso ed aperto, dal cuore congelato al cuore che arde, dalla disperazione alla speranza, dal litigio al dialogo fraterno. Ripensando la loro e nostra esperienza: sono gli occhi del cuore che possono riconoscere l’amato, ma “I loro occhi erano impediti a riconoscerlo”; è l’amore che comunque arde nei cuori, quando il Signore è presente, che libera il desiderio e ci fa insistere nel dire “Resta con noi”; solo vivendo concretamente il nostro presente, l’esperienza reale, fatta di gesti, parole, benedizioni, offerte, sguardi, senza interpretazioni ed elucubrazioni mentali, possiamo aprire gli occhi e riconoscere la presenza del Signore. Una presenza che diventa invisibile alla vista, ma che inonda i nostri cuori, ci riporta a Gerusalemme , alla nostra vita. Il desiderio di evadere dalla realtà specie quando è segnata da eventi dolorosi, è molto forte, ma Gesù ci dice che questo è il nostro tempo presente, nel quale incontrarlo, nel quale risorgere nella creatività che viene dall’amore, nel quale vederlo all’opera attraverso noi stessi. Così scriveva Antoine de Saint- Euxpèry nel suo libro, il Piccolo Principe: “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Lui abita sempre nei mostri cuori ed è da lì che guardando la vita, possiamo vedere il bene e risignificare ogni evento, rinnovarci nell’amore vissuto e donato.

 

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