La Pasqua del perdono e del credere senza vedere

La Pasqua del perdono e del credere senza vedere

Commento di Fra Giuseppe Di Fatta

II domenica di Pasqua

Le letture: Atti degli Apostoli 4,32-35; Salmo 117; Prima Lettera di Giovanni 5,1-6; Giovanni 20,19-31

Un grande saluto a voi di gioia e di pace! Siamo nell’Ottava di Pasqua che per la Liturgia è l’unico giorno della Risurrezione, il Giorno che ha fatto il Signore, il Giorno della vita nuova. Quindi, ancora possiamo dirci: BUONA PASQUA!

La prima cosa che voglio dirvi è che questa domenica ha tre nomi: un nome storico, un nome liturgico e un nome moderno.

Il nome storico è Domenica in Albis che significa in veste bianca. Nella Chiesa primitiva coloro che nella notte di Pasqua erano stati battezzati, cresimati e avevano ricevuto per la prima volta l’Eucaristia, ritornavano in comunità e deponevano quella veste bianca che avevano portato per tutta la settimana: segno di purificazione, perché come battezzati erano salvati, perdonati, riconciliati, erano stati inseriti nella comunità e quindi venivano gioiosamente a ringraziare il Signore per il dono ricevuto.

Liturgicamente è la Domenica dell’Ottava di Pasqua: otto giorni come un giorno solo, l’unico Giorno del Signore, il giorno della Risurrezione.

E poi, il nome moderno è la Domenica della Divina Misericordia.

Siccome penso che tutti ricordate solo quest’ultimo nome, ho voluto recuperare la memoria degli altri nomi di questa domenica, per appropriarci di tutto il tesoro che la Chiesa ha ricevuto e ci consegna.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!

La sera del giorno di Pasqua i discepoli si trovano chiusi nel Cenacolo per paura… Una situazione molto simile a quella che noi in questo momento stiamo vivendo: chiusi nelle case, soffocati dall’ansia, dalla paura, dalla preoccupazione…

I discepoli sono chiusi… e il Signore viene!

Questo è il primo messaggio forte da accogliere: il Signore viene a trovarci con le porte chiuse, a volte con i cuori chiusi, in una chiusura in certi momenti forzata, altre volte procurata da noi stessi. Nel buio delle nostre paure, Egli viene a fare luce, viene a dare serenità, viene a portare pace nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nel mondo intero.

Il Signore Gesù viene a portare la luce della sua Risurrezione e il dono dello Shalom. In ebraico lo Shalom non era soltanto la pace, ma la sintesi di tutti i doni che Dio nell’Antico Testamento aveva promesso e che il Messia avrebbe realizzato. Quando gli ebrei si salutavano Shalom, si auguravano tutto il bene possibile. È quasi l’equivalente del saluto francescano di Pace e Bene: un compendio di tutti i doni di Dio!

Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.

Una frase piccola, ma che racchiude tutto il mistero del passaggio che c’è tra il Padre e il Figlio, e tra il Figlio e noi. Un Passaggio di testimone, potremmo chiamarlo, come nella staffetta…    Gli atleti nella staffetta si passano quel pezzo di legno che si chiama il testimone.

Gesù è stato il testimone del Padre, adesso lui lo consegna ai suoi discepoli e quindi a tutta la comunità cristiana. Quello che lui ha fatto, dobbiamo farlo anche noi: Vi ho dato un esempio, ha detto nell’Ultima Cena: fate come io ho fatto a voi.

Questo è il mandato missionario che Gesù dà alla Chiesa, il mandato di essere portatori della sua Parola, annunziatori della salvezza attraverso i sacramenti che celebriamo nella comunità, operatori dei gesti di carità e di misericordia, costruttori della comunione fraterna per testimoniare la fede con la vita: sono tutti i segni del mandato che Gesù dà alla comunità, quello stesso mandato che lui ha ricevuto dal Padre.

Questo è un dono grandissimo del Signore, ma è anche una grandissima responsabilità: il compito che Dio Padre ha dato a Gesù, adesso Gesù lo consegna a noi e ci dà la forza per realizzarlo. Da dove ci viene questa forza?

Detto questo, soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo.

 Il Verbo di Dio è pieno di Spirito Santo da sempre, sin dal seno della santissima Trinità, ma storicamente Gesù, come Messia, lo riceve la prima volta nell’Incarnazione. Nell’Annunciazione infatti a Maria verrà detto: Lo Spirito Santo scenderà su di te. Poi Gesù lo riceve nel Battesimo, nella Trasfigurazione e lo riceve sempre: Gesù è sempre pieno dello Spirito Santo.

Adesso soffia sui discepoli e glielo dona! Come nella Genesi Dio soffiò nelle narici di Adamo per farlo diventare essere vivente, adesso Gesù soffia nel cuore e nella vita dei discepoli, soffia oggi su ciascuno di noi, e il soffio dello Spirito Santo (in ebraico la Ruah) ci fa creature nuove.

Ci dà la forza di compiere il mandato missionario ricevuto.

A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.

 Ecco perché si chiama la Domenica della Divina Misericordia! Questo è il giorno in cui Gesù consegna ai discepoli il mandato che lui ha ricevuto dal Padre: perdonare i peccati.  Ricordate l’episodio del paralitico che quattro amici calano con tutta la barella dal tetto? Gesù, vista la loro fede, gli dirà: Figlio ti sono perdonati i peccati.

Davanti alla mormorazione di scribi e farisei per questa pretesa, Gesù risponderà: Sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra. Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua. Cioè, attraverso il segno visibile della guarigione fisica, potete verificare il segno invisibile del perdono dei peccati. Dunque Gesù ha ricevuto dal Padre il compito di perdonarci!

Adesso questo mandato Gesù lo dà alla comunità nel segno del sacramento della Riconciliazione.

Tutta la Chiesa è una comunità riconciliata e continuamente riconciliante, cioè offre a tutti, per il mandato ricevuto da Gesù, quel perdono accolto da Dio.

Concretamente questo lo realizza attraverso il ministero dei vescovi e dei presbiteri.

Un grande dono che il Signore ci ha fatto: noi non siamo schiacciati dai nostri peccati, dal senso di colpa, dal rimorso di coscienza. Il Signore ci libera, ci salva da quell’oppressione, da quella sensazione bruttissima di non potere eliminare un male commesso.

Umanamente questo è impossibile, perché se ho commesso un errore non posso tornare indietro: il Signore invece ci fa andare avanti, ci perdona, ci fa nuovi, ci rende veramente suoi figli, creature nuove.

Domenica in Albis: siamo veramente in bianco, cioè puri, puliti, santi al suo cospetto.

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.

Adesso viene introdotto questo personaggio a tutti famoso: Tommaso! Soprannominato Didimo, cioè gemello. Interessante questa indicazione dell’evangelista perché è come se dicesse: Tommaso è tuo gemello, cioè tu sei come lui!

Gli dicevano gli altri discepoli: Abbiamo visto il Signore! Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo.

Tommaso passa attraverso questo momento di incredulità. Un momento duro, un momento difficile, drammatico, che non dura poco, perché praticamente, poi si dice:

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso…

Quindi passano otto giorni di travaglio, di tormento, in cui chiaramente Tommaso pensa e ripensa, passando sicuramente qualche notte insonne: I miei fratelli mi hanno detto che hanno visto Gesù vivo, ma come faccio a credere? …se io non vedo … se non tocco…  

Per questa incredulità di Tommaso, noi oggi dobbiamo dirgli Grazie! Perché il suo dubbio, oggi ci aiuta a credere, ci permette di superare la tentazione dell’incredulità.

Momenti di dubbi di fede li possiamo avere tutti, ma un’incredulità così persistente, che ci chiude e che non ci permette di aprirci alla grazia di Dio, può diventare veramente dolorosa e pericolosa.

Disse Gesù a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!

È bella questa parola di Gesù a Tommaso; una Parola che oggi ci raggiunge: Non essere incredulo, non essere sospettoso, né di Dio, né dei fratelli!

Il dubbio di Dio! Era stata la tentazione del serpente ad Adamo ed Eva: È vero che Dio ha detto che non dovete mangiare di alcun albero del giardino?

E poi anche il dubbio dei fratelli! Noi dobbiamo poter creare in famiglia, nella fraternità, nella comunità cristiana, rapporti sani di lealtà, rapporti di verità e sincerità. Lo dico spesso e lo ripeto: le bugie sembrano peccati veniali, ma sono peccati pericolosi per la bellezza della relazione fraterna; perché se tu continuamente dici bugie a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi genitori, ai tuoi figli, ai tuoi fratelli, ai tuoi confratelli… come fanno poi a fidarsi di te?

Le relazioni umane si devono basare su una piattaforma solida che è la fiducia.

I suoi condiscepoli gli hanno detto di avere visto il Signore… Perché Tommaso non crede? Sono forse tutti malati? Tutti ubriachi? Tutti visionari?

Oppure tutto deve passare attraverso il filtro del suo cervello, della conoscenza e dell’esperienza personale?

Questo è il peccato di Tommaso!

E gli diciamo grazie perché ci aiuta così ad evitare questo peccato e a fidarci di Dio e della credibilità dei fratelli, impegnandoci però a creare in famiglia e nelle nostre comunità rapporti sani, veri e sinceri.

Gli rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio!

Non è soltanto un grido di esclamazione, ma la sua professione di fede.

È come dire: Signore credo, Signore ti adoro, Signore perdonami tutto quello che ti ho fatto, che non ho voluto credere, né a te né ai miei fratelli.

Mio Signore e mio Dio!: una vera e propria professione di fede!

Gesù gli disse: Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

 Beati! Cronologicamente è l’ultima Beatitudine di Gesù.

Beati quelli che non hanno visto…

Tu hai visto qualcosa? Io ho visto qualcosa? Non abbiamo visto nulla… Crediamo e facciamo anche noi la nostra bella professione di fede!

Crediamo nella Parola, nella testimonianza degli Apostoli, nella consegna che ci ha fatto la Chiesa, e che continua a farci da duemila anni, di essere testimone della Risurrezione di Cristo.

Da questo momento in poi, la fede non è più legata agli occhi che vedono, alle mani che toccano, all’esperienza fisica dell’incontro con il Risorto.

Ma proviene dalle parole che sono state scritte, che vengono lette e quindi vengono ascoltate. La fede adesso dipende dall’ascolto!

Buona Domenica del perdono, dell’ascolto e del credere senza vedere!

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