Messina. Mafia e politica: le aspirazioni dei clan e il consenso elettorale, a quale costo?

Messina. Mafia e politica: le aspirazioni dei clan e il consenso elettorale, a quale costo?

di Palmira Mancuso – “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Paolo Borsellino lo ha ben sintentizzato. E certamente partendo da questa riflessione non può sfuggire un dato dell’operazione “Provinciale”, che ha portato agli arresti domiciliari il candidato al consiglio comunale Natalino Summa, e il padre, l’ex consigliere provinciale Antonino Summa, accusati di aver pagato diecimila euro per il sostegno elettorale del clan Sparacio. Le indagini tecniche degli investigatori peloritani hanno consentito “di captare alcune inequivoche conversazioni”, inerenti proprio la prova dell’offerta di denaro effettuata “al boss dal candidato politico, affinché procurasse un congruo numero di voti per la propria scalata elettorale”.

Posto che Antonino Summa si è presentato alle amministrative del 2018 nella lista “Antonio Saitta sindaco di Messina”, per poi decidere al ballottaggio di sostenere Cateno De Luca, il problema non è nell’associare il suo nome a quello dei candidati sostenuti. E infatti nessuno dei due, Saitta e De Luca, é coinvolto né menzionato all’interno dell’operazione “Provinciale”, nè è mai stato ipotizzato un loro coinvolgimento nelle attività di Summa.

Se una riflessione va fatta è sull’eterna questione del consenso elettorale e di come ottenerlo. E questa ultima inchiesta ci dice che nonostante il colpo segnato dalla Procura con l’inchiesta Matassa, che ha messo in luce la gestione del voto come merce di scambio, a Provinciale le ultime generazioni dei clan abbiamo proseguito in questa volontà di usare il momento elettorale per ottenere favori utili alle attività criminali.

Nel caso specifico Summa, nonostante i suoi 868 voti, praticamente il doppio del secondo di lista, non fa parte dell’attuale Consiglio del Comune di Messina perché la lista non ha superato il 5% di sbarramento, attestandosi intorno al 4,7%. Ma è stato solo per un soffio, altrimenti anche questo consiglio avrebbe annoverato un altro “caso David”.

Se è emblematico che Summa decida al ballottaggio di cambiare schieramento, e tra il candidato indipendente Cateno De Luca, e quello del centrodestra Placido Bramanti, decide di sostenere il primo, “per non consegnare la città ai Genovese e ai Bramanti”, il problema resta considerare la politica solo come strumento di potere, slegato da programmi o idee espresse dai candidati.

E nelle intercettazioni emblematica è la telefonata all’ex candidata Emilia Barrile, già condannata nell’operazione Terzo Livello, col boss Giovanni Lo Duca:  “A maggio c’è la votazione comunale. Quella mi ha chiamato, Emilia. ‘Però dice, io Giovanni, non ti posso dare né un soldo perché io sono sola’, dice…si è allontanata da Genovese. ’17mila voti, vorrei salire a sindaco’, dice. Allora gli ho detto, ‘Emilia, io ti do due curriculum, tu mi…’ ‘ma’ dice lei ‘io non posso fare che tu mi cerchi un posto al Comune’, ‘ma chi ti cerca un posto al Comune? ma pure a una mensa scolastica, quello che è, basta che è un posto sicuro, Statale, che piglia uno stipendio, “acqua, neve e vento”, che si pigliano i soldi. Nel frattempo pure che gli danno 8 ore, 10 ore, 6 ore, quello che è, ma basta che è messa in regola e prende uno stipendio”. Anche Emilia Barrile non risulta indagata. “Allo stato non risulta elevata alcuna incolpazione alla mia cliente, per fatti che comunque appaiono penalmente irrilevanti“, precisa l’avvocato Salvatore Silvestro, suo difensore.

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