Condividere la proprietà “Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”

Condividere la proprietà “Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”

di FraPè – Ancora una volta Papa Francesco ha parlato della proprietà privata, lo aveva già fatto a Novembre scorso in una riflessione rivolta ai giudici di America e Africa che si occupano di diritti sociali dicendo che occorre costruire una “nuova giustizia sociale partendo dal presupposto che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata” e ne ha sempre invece sottolineato “la funzione sociale”.

“Il diritto di proprietà – aveva detto – è un diritto naturale secondario derivato dal diritto che hanno tutti, nato dal destino universale dei beni creati”. E ancora: “Non c’è giustizia sociale che possa essere fondata sulla disuguaglianza, che implichi la concentrazione della ricchezza”.

Ieri nell’omelia  della messa celebrata nella domenica della Divina Misericordia,  Papa Francesco ha commentato la condivisione dei beni attuata dalla prima comunità cristiana partendo dal brano degli Atti degli Apostoli che raccontano che “nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune” affermando che questo “non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”. Io aggiungo che è Parola di Dio

Non sono mancate le critiche e le strumentalizzazioni da parte della “politica” e della “stampa” di destra , il Papa che era già stato criticato e attaccato duramente per aver messo in discussione l’intoccabilità del diritto alla proprietà privata, ancora una volta le sue parole sono state associate al marxismo e al comunismo e non alla Sacra Scrittura o al Magistero della Chiesa.

Anche perchè a quanto pare non è il primo Pontefice a trattare questo argomento, perché le posizioni sulla proprietà privata che vengono trattate  nelle sue  due encicliche sociali “Laudato si” e “Fratelli tutti” sono dei richiami alle encicliche sociali di Giovanni Paolo II e di Paolo VI.

Chi volesse approfondire può andare a leggere la lettera Sertum laetitiae  di Pio XII indirizzata nel novembre 1939 ai vescovi americani, o riascoltare il Radiomessaggio del 1° giugno 1941 in occasione del 50° anniversario dell’enciclica Rerum novarum dove si sofferma sull'”inderogabile esigenza che i beni da Dio creati per tutti gli uomini, equamente affluiscano a tutti, secondo i principi della giustizia e della carità”.

Oppure confrontare l’enciclica di Giovanni XXIII Mater et Magistra o la Costituzione conciliare Gaudium et spes, pubblicata nel 1965 a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che con chiarezza formula il principio della destinazione universale dei beni: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati devono equamente essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità”.

Per poi continuare Populorum progressio di Paolo VI , il citato Giovanni Paolo II e infine il papa acclamato in maniera indebita dai sovranisti Benedetto XVI che al numero 48 dell’enciclica Caritas in Veritate, connette il principio della destinazione universale dei beni alla questione ambientale, includendo anche le future generazioni tra i destinatari dei beni della creazione e il conseguente compito salvaguardare e coltivare il creato senza depredarlo: “Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera”.

Abbiamo fatto questo excursus veloce menzionando i precedenti pontefici, per evidenziare come ci sia un filo conduttore tra il magistero di Papa Francesco e i suoi predecessori spesso citati senza conoscere ne il loro pensiero e ne il loro magistero.

È chiaro che ciò che dice Papa Francesco è in continuità con il Magistero del Concilio Vaticano II ma soprattutto è frutto di un ascolto attento della Parola di Dio spesso scomoda come lo sono tutti coloro che la incarnano nella vita vissuta.

 

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