Desaparecidos siciliani. Un viaggio senza ritorno

Desaparecidos siciliani. Un viaggio senza ritorno

di Alberto Todaro – È un vocabolo spagnolo, ormai entrato a far parte del parlato quotidiano. Desaparecido vuol dire scomparso e, benché oggi venga usata per indicare qualcuno che non si fa vedere da tempo, la sua genesi è ben più triste. Si riferisce agli oppositori del regime dittatoriale fascista, che in Argentina spadroneggiò dal 1976 fino al 1983, e che aveva come carattere distintivo la sparizione dei dissidenti. Questi venivano prelevati dalle loro abitazioni o dai posti di lavoro e condotti in luoghi dove erano sottoposti a “regolare” tortura. Alla fine, in molti casi, c’erano i vuelos: gli oppositori del regime venivano caricati su degli aerei e “liberati” nell’oceano. Questa fu la sorte toccata a circa 30.000 oppositori del governo argentino in quegli anni.

Parlo di questo perché ho visto un interessantissimo documentario su questo argomento, “Desaparecidos”, diretto dal regista palermitano Gaetano Di Lorenzo. Il quale però ha ristretto di molto il campo del suo interesse sul tema, focalizzandolo sui desaparecidos siciliani. Furono solo quattro i siciliani scomparsi durante la dittatura e di questi solo di due si è riusciti finora a ricostruirne la storia: Salvatore Privitera da Grammichele e Vincenzo Fiore da San Mauro Castelverde.

Privitera era un medico. Da sindacalista, insieme alla moglie, anch’essa medico, si occupava delle carenze in campo sanitario. Fu accusato di aver preso parte a un attentato e per questo messo in carcere. Del suo caso si occupò, oltre al fratello Paolo, un giovane prete di Grammichele, don Michele Pennisi, oggi vescovo di Monreale. In seguito a queste pressioni, Privitera venne scarcerato ed espulso. Una volta in Italia, manifestò tuttavia il desiderio di tornare in Argentina per ricongiungersi alla moglie, rimasta laggiù. Sicché torna nel paese latinoamericano ma da allora si perdono le sue tracce.

Vincenzo Fiore era invece un operaio socialista (il mondo operaio ha pagato un prezzo altissimo alla dissidenza). Lavorava alla Peugeot. Un giorno venne prelevato da casa sua e non vi fece più ritorno. Nel documentario, la sorella Lilian, allora poco più che bambina, racconta del suo dispiacere di non aver potuto dare neanche un bacio al fratello mentre lo portavano via. La signora Giuseppina, madre di Vincenzo, fece di tutto per ritrovare il figlio, scrisse persino al Papa e al Presidente Pertini ma fu tutto vano. Aderì al movimento delle Madres de Plaza de Mayo e tutti i giovedì, alle 15:30, si reca in piazza e gira attorno al monumento insieme ad altre (sempre di meno) madri di desaparecidos per cercare di sapere quale sorte toccò ai loro figli.

Nel documentario di Di Lorenzo non se ne parla ma ci sono altri due desaparecidos siciliani, di cui però non si conosce molto. Si tratta di Giovanni Camiolo, muratore di Valguarnera e di Claudio Di Rosa, operaio di Piazza Armerina. Anche loro, giovanissimi, sono stati inghiottiti nel vortice della follia dittatoriale.

Non si perda la memoria dei nostri corregionali morti per mano assassina in un paese a noi così lontano ma incredibilmente vicino. L’Argentina è l’Italia. Negli anni dalla fine dell’800 al 1985, sono stati circa tre milioni i nostri connazionali che hanno lasciato il nostro Paese per recarsi a lavorare nel paese sudamericano. Circa 750.000 sono tornati ma tutti gli altri sono rimasti. Tra questi moltissimi siciliani.

Non si perda la memoria di Salvatore, Vincenzo, Giovanni e Claudio, picciotti desaparecidos.

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