Una parola che mette radici

Una parola che mette radici

Di Fra Francesco Chillari – Una parola che mette radici. Una parola ostinata nel suo viaggio verso l’interiorità, dura fino a scuotere l’anima, dolce fino a commuovere le viscere, decisa fino a convincere lo sguardo a fissarsi in Dio. È la parola di Elena Bono (29 ottobre 1921 – 26 febbraio 2014), una delle più importanti scrittrici italiane della seconda metà del XX secolo, nonché terziaria francescana. Molto apprezzata da una critica raffinata, come quella di Emilio Cecchi, Elena Bono insegue una scrittura di ispirazione profondamente religiosa, mettendo al centro della maggior parte delle sue opere la figura di Cristo e della sua Passione. Della sua opera si appassionò Pier Paolo Pasolini, che le propose di trasporre in film il suo racconto La testa del Profeta; così anche Luchino Visconti, che a lungo la “corteggiò” perché parte della sua opera fosse rappresentata cinematograficamente. Ad entrambi Elena Bono rispose con un rifiuto che significò per lei una lenta discesa nel silenzio, all’interno del panorama culturale del tempo, un oblio che durò fino alla sua morte. Solo negli ultimi anni, grazie alla casa editrice Marietti, la figura di Elena Bono viene rivalorizzata, riscoperta, rilanciata nel mondo della letteratura, attraverso la pubblicazione di alcune sue opere, in maniera particolare La moglie del procuratore e Morte di Adamo e altri racconti. Un valido contributo alla riscoperta dell’autrice è la raccolta di saggi a lei dedicata: Quando io ti chiamo. Invito alla lettura di Elena Bono (Marietti 2015).

Morte di Adamo e altri racconti è, forse, il capolavoro assoluto di Elena Bono, una rilettura appassionata, coinvolgente e inconsueta della Passione di Cristo. Fatta esclusione per il primo racconto, l’unico tratto dall’Antico Testamento e incentrato su un dialogo delicato e commovente tra Dio e Adamo ormai in punto di morte, tutto il resto dell’opera ha come centro propulsore il racconto della Passione.

«Leggetelo con intelligenza Morte di Adamo» era solita ripetere Elena Bono al suo pubblico. Un suggerimento che mi sembra necessario, accostandosi alla lettura di quest’opera. Una lettura intelligente, che coinvolga un cuore nuovo; un cuore che si unisca a quello dei tanti personaggi secondari del Vangelo, per non dire minimi o sconosciuti, che raccontano, ciascuno secondo una propria sensibilità, originalità, lucidità, l’esperienza dell’incontro con Gesù Cristo. Sono tutti personaggi che lasciano il segno, che si stagliano con purezza dentro il magma di una scrittura travolgente, che inducono il lettore a una riflessione che, pur partendo dalla Scrittura, alla fine esula dal Testo Sacro, fino a raggiungere la propria modalità di vivere nel mondo e di esperire il Cristo. C’è l’umanità tenera, apparentemente folle, innocentemente bambina del piccolo Abi, colui che prepara la stanza ove Gesù possa celebrare la Pasqua con i suoi discepoli; ci sono Giovanni e Tommaso, discepoli così differenti tra di loro, fervida passione e costante dubbio capaci di dialogare e di comprendere e di commuovere e di procedere avanti nonostante tutto; c’è la figlia di Giairo, guarita dalla sua malattia, che sta seduta e non dice nulla e gioca da sola silenziosamente, ma che, fissa oltre il cancello e la strada, s’incanta a guardare la via del Maestro che l’ha salvata dalla morte; c’è la suocera di Pietro, burbera e scontrosa, ma limpida e luminosa davanti al ricordo del Rabbì; c’è il centurione, ferito da un dolore che diventa ricerca e silenzio e dubbio e domanda e conoscenza e amore; c’è la guardia al sepolcro che lotta con la sua miscredenza davanti a un prodigio che non può capire, gravato dal peso della notte e dalla turpitudine degli istinti.

Sono tutte figure di secondo piano. Ad esse Elena Bono affida un compito insieme arduo e bellissimo: portare sul palcoscenico del racconto il dramma che vive in ciascuno di noi, un dramma che, pur attraversando diverse epoche storiche, tuttavia resta identico per tutti: «attesa di un bene, malinconia d’amore, ansia di salvezza, disagio di una incompiutezza» (Stefania Segatori). Elena Bono ricrea un mondo affascinante e caldo davanti ai nostri occhi, con una capacità inaudita di trasportarci dentro per mano, guidandoci alla comprensione dell’animo umano, permettendoci di calarci dentro i personaggi con umiltà e verità. L’autrice, con grande maestria e sapienza, permette al lettore di vedere («la poesia è visione e non rivelazione», disse in una delle sue ultime interviste), di toccare, di udire.

E Gesù che posto occupa in questa fitta trama di personaggi e di storie? Gesù è, solo apparentemente, il grande assente. Gesù non compare, se non dentro quei silenzi che avvolgono le riflessioni dei personaggi. Egli non è mai protagonista, non appare in scena, se non nella tenera carezza che porge al piccolo Abi al termine del racconto e nella scena della flagellazione, muto, inerte davanti alle domande dell’incredulo Marco. Eppure Gesù è la grande presenza, il baricentro attorno a cui si spiegano tutte le vicende dei personaggi. «Questa assoluta discrezione, la scelta di non occupare il campo con una presenza troppo ingombrante, esalta il gioco della libertà umana, rendendola totalmente protagonista» (Francesco Marchitti).

Morte di Adamo è,  in conclusione, un testo fuori dal coro, originale e incisivo. Un’opera di straordinaria purezza, di intensa carnalità nel trattare la materia umana biblica rievocata, di grande duttilità di linguaggio.

«Una lettura senza riparo; una lettura che scruta; uno sguardo proiettato verso un Altrove che è deposito di essenziale, il fulcro necessario di ogni vita umana» (Romina Arena).

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