Una società educata con la bellezza della diversità: disabilità e scautismo

Una società educata con la bellezza della diversità: disabilità e scautismo

di Giuliana Romeo – “Grazie allo scautismo oggi più che mai per l’innanzi,molti handicappati fisici, sordomuti e ciechi acquistano salute, felicità e speranza. Questi ragazzi sono per la maggior parte impossibilitati a superare le normali prove di classe, e perciò per loro sono previste prove speciali o alternative. Molti di questi ragazzi non sono affatto facili da trattare, e richiedono assai più pazienza e cure individuali dei ragazzi comuni. Ma vale la pena per i risultati che si ottengono. […] La cosa meravigliosa in questi ragazzi è il loro buonumore, l’ansia che hanno di fare dello scautismo per quanto più possono. Essi rifiutano prove o trattamenti speciali se proprio non sono assolutamente necessari. Lo scautismo li aiuta facendoli entrare a far parte di una fraternità mondiale, dando loro attività da svolgere ed uno scopo a cui tendere, ed offrendo loro la possibilità di provare a se stessi e ad altri che essi riescono a fare da soli diverse cose, anche di una certa difficoltà”. B.P. Il libro dei Capi

Era il 1919 quando veniva pubblicato per la prima volta “Il libro dei Capi” scritto da Baden Powell, fondatore dello scautismo, con l’intento di delineare i valori e i fondamenti dell’educazione scout. Nonostante la citazione provenga da un testo così “antico” si può leggere la folgorante attualità di un metodo che crede nell’educabilità e nell’empowerment di ogni ragazza e di ogni ragazzo.

Baden Powell specifica che non è compito facile far vivere lo scautismo alle persone con disabilità, tuttavia se a scuola “sono previste prove speciali o alternative” nelle attività scout non c’è una vera differenziazione. Tutte le bambine e tutti i bambini, tutte le ragazze e tutti i ragazzi partecipano alle stesse attività che sono preparate in modo tale da coinvolgere tutti e permettere una piena partecipazione. Si punta, infatti, alla massima inclusività dei giochi attraverso l’uso di vari mediatori: innanzitutto attivi esortando il protagonismo dei ragazzi; analogici attraverso giochi di simulazione, cooperativi e di ruolo; iconici con l’utilizzo di cartelloni, disegni, immagini; infine, simbolici, laddove tutta la metodologia scout è intrisa di simbolismi e metafore. Qualora insorgano delle difficoltà nello svolgimento di una attività sono gli stessi educandi ad aiutarsi tra loro: il peer tutoring è alla base della vita scout ed ogni ragazza e ogni ragazzo può trovare un sostegno, prima di tutto, tra i propri pari.

Nel manuale della Branca Esploratori e Guide, pubblicato dall’AGESCI, sono presenti delle sezioni dedicate alla disabilità affinché l’educatore non si trovi impreparato di fronte all’accoglienza di una persona con disabilità.

Se è vero che il metodo fornisce degli strumenti inclusivi e pedagogicamente orientati all’equità, è da riconoscere che anche il ragazzo o la ragazza con disabilità necessita di un’attenzione particolare affinché non si senta esclus*, o ancor di più discriminat*. Pertanto si chiede una grande collaborazione tra tutte le agenzie educative che ruotano intorno al ragazzo o alla ragazza per favorire un migliore inserimento nel contesto sociale in cui questa persona vive.

Nel manuale si legge “l’inserimento nella unità scout costituisce d’altro canto una grande occasione per far sperimentare all’intero Reparto che anche chi ha una disabilità è una persona completa, in grado di portare agli altri qualcosa di unico e di irripetibile; una persona che potrà esprimersi nella misura in cui il gruppo sarà in grado di accoglierla e farla star bene alla pari di tutte le altre persone”, la raccomandazione è quindi di preparare la comunità all’accoglienza di ogni nuova entrata con la consapevolezza che ogni persona custodisce potenzialità e peculiarità che apportano una ricchezza inaudita al gruppo.

Tuttavia sorge la domanda: come può una persona con disabilità affrontare attività che richiedono un grosso impegno psico-fisico, come ad esempio un campo estivo? Il manuale risponde che “il livello di gravità dell’handicap si può intendere come non assoluto, bensì dipendente dai supporti, dalle persone e/o strumenti che si mettono in gioco: una situazione di gravità può quindi determinare maggiori difficoltà nell’inserimento, ma non la sua impossibilità”. Bisognerà modificare il contesto, l’ambiente, affinché vengano rimossi gli ostacoli e gli impedimenti. In questo ambito, probabilmente, si è ancora lontani dalla piena attuazione del consiglio del Manuale, poiché non tutte le sedi scout sono agibili alle persone con disabilità. Eppure l’Art. 8 della L. 104/92 dichiara come l’inserimento e l’integrazione sociale si realizzano mediante l’adeguamento delle attrezzature e del personale dei servizi educativi, sportivi, di tempo libero e sociali, così come l’Art. 24 è dedicato all’eliminazione o superamento delle barriere architettoniche.

Un altro aspetto preso in considerazione dal Manuale è l’accorta valutazione dei vincoli, delle risorse e delle potenzialità della persona attraverso un confronto tra gli educatori. Il passaggio tra una “branca” ad un’altra richiederà la conoscenza del percorso già affrontato nelle precedenti unità scout, mentre l’accoglienza nel gruppo è preceduta dalla conoscenza della situazione sanitaria e psico-sociale fornita dalla famiglia, gli operatori dei servizi e i docenti della scuola.  È possibile, infatti, definire degli obiettivi specifici con l’inserimento in Reparto, attraverso il confronto con gli operatori specializzati che seguono il ragazzo o la ragazza. “Questo passaggio è essenziale ed ineludibile, se si vogliono evitare due errori diametralmente opposti in cui frequentemente si incorre: da un lato l’eccessivo carico di aspettative ed attese, con atteggiamenti di delega sull’esperienza scout; dall’altro una attenzione educativa, da parte dello Staff di Unità, limitata e appiattita alla sola meta della socializzazione, riconosciuta spesso come unico traguardo possibile un po’ forse per superficialità e un po’ per inesperienza/incompetenza”. Soltanto con una cooperazione sinergica tra le figure educative si possono raggiungere i risultati migliori nella specificità della persona in questione. L’esperienza scout non può appiattirsi alla mera socializzazione, non può essere un luogo dove “intrattenere” il ragazzo o la ragazza con disabilità, bensì anche la persona con disabilità dovrà intraprendere un percorso educativo che la porterà a conoscere se stessa, i propri limiti e le proprie possibilità, e ad imparare a pensare e a vivere lavorando attivamente per gli altri.

Le strutture che costruiscono le relazioni in Reparto: squadriglie, alta squadriglia, consiglio capi ecc., formate interamente dai ragazzi e dalle ragazze, esistono per essere al servizio della persona e delle singole persone nella loro unicità e diversità; soltanto in tale servizio la struttura trova la sua legittimazione, il suo senso e i suoi criteri di verifica. Il metodo scout “funziona” davvero se è in grado di accogliere anche la persona con disabilità, poiché “nell’era dell’efficienza e della competitività, la persona con handicap rappresenta la pietra d’inciampo, il custode di tutto quell’umano che i normali perdono nell’affanno della corsa. […] Quell’umano che è gratuità, tenacia, coscienza della propria limitatezza, fedeltà e sofferenza”. Ogni “fare”, ogni apprendimento attraverso l’azione (learning by doing) si sperimenta nella contraddizione tra possibilità e limite.

Di fronte alle due prospettive differenti, quella di evitare la disabilità, di aggirarla e sottovalutarla, considerandola come “non esistente”, e dall’altro lato quella di estremizzarla fino a costruire per la persona con disabilità un metodo e un sentiero “altro”, bisogna riscoprire l’adattabilità e le potenzialità latenti di un metodo nato più di cento anni fa che non smette di rimodellarsi e plasmarsi con le esigenze attuali. Non bisogna “abbassare il tiro” di fronte a presunti o veri limiti oggettivi creando obiettivi minimi, appiattendo l’esperienza scout a un momento di socialità, né d’altra parte utilizzare un percorso valido per tutti come se ogni ragazzo o ragazza si adatta come può. Il compito dell’educatore scout è di interrogarsi con sagacia e creatività, tenendo conto delle Leggi e del diritto di dignità fondamentale e inviolabile di ogni persona, come la metodologia scout possa fornire uno spazio di crescita e di sviluppo esistenziale della persona con disabilità. “Ciò che conta, infatti, non è che tutti facciano tutto, ma che ognuno possa portare a termine nel miglior modo possibile ciò che è alla sua portata, e senza il cui apporto l’intera realizzazione non potrebbe concludersi”.

Ebbene l’esperienza scout, se tiene davvero conto delle specificità della persona, può essere quel luogo di valorizzazione delle differenze, di comunità inclusiva e solidale, può davvero contribuire all’arricchimento assiologico della nostra società.

 

 

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