Cinque pani e due pesci, la condivisione di Dio

Cinque pani e due pesci, la condivisione di Dio

Commenti di Fra Marcello Buscemi e Tiziana Frigione

 Letture: At 5,34-42 Sal 26 Gv 6,1-15

Riflessione Biblica

“Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci”. Alla luce della Pasqua, il gesto di benedizione di Gesù ci richiama la Cena con i due discepoli di Emmaus: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. È nello spezzare il pane “che lo riconobbero: nella condivisione dell’“unico pane” riconosciamo il Signore e siamo “membra di un solo corpo”: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). Così, se un membro soffre di fame, tutti dobbiamo sentire il problema ed essere solidali con chi ha fame, come sta scritto: “Le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1Cor 12,26). È veramente detestabile che nella comunità cristiana, che celebra “la Cena del Signore”, vi possano esserci “poveri che muoiono di fame”: “Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente?” (1Cor 11,20-22).

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Riflettiamo bene! La nostra fede ha senso solo se è una “fede agente mediante la carità” (Gal 5,6) e si spende per chi ha bisogno: “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?” (Gc 2,15-16).

La fede senza la carità è un’astrazione, ma anche l’amore può divenire una filantropia a parole: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1Gv 3,17-18). Lo Spirito soffia ancora nella comunità cristiana, come soffiò in quella degli inizi: “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore ” (At 2,44-46).

Lettura esistenziale

Gesù esercita molta attrazione ed una folla gli si raduna attorno, siamo tutti noi, lui alza gli occhi , ci guarda sicuramente con lo stesso amore del Padre e prepara un banchetto, con un pane che elimina la morte, che ci nutre e sazia il nostro desiderio di essere ad immagine Dio, che diventa simbolo della vita, Mistero nel quotidiano. Nutrendoci di questo pane siamo uomini e donne, venuti alla luce con lo Spirito, possiamo mantenere viva la vita, farci pane e donarci. Il Pane come luogo del nostro lavoro, di speranze, fatiche, ingiustizie, sacrifici… storia, è la nostra vita e Gesù ci chiede come possiamo procurarcelo.

Possiamo rispondere come Filippo , dargli un prezzo e cercare di comprarlo con ogni compromesso, oppure come Andrea ed accoglierlo come dono gratuito di un ragazzino, che offre quel poco che potrebbe bastare solo a se stesso, non lo trattiene. In questa scelta si gioca il nostro rapporto con il pane, su cosa basiamo la nostra vita, la nostra fede, la consapevolezza di considerare il pane dono e decidere cosa ne facciamo. Gesù trova la soluzione in quel poco, che diventa relazione di gratitudine con la sorgente della vita e , nell’amore e nella condivisione con i fratelli, basta per tutti. E’ l’inizio della vita nuova che non può essere tale se qualcuno è escluso dalla condivisione, abbandonato alla sua fame. Così Gesù celebra l’amore che è anticipo della vita eterna, ci mostra che questa è l’unica possibilità di vita, senza più ringhiare al vicino per ciò che può sottrarci o possedere al posto nostro. La festa inizia quando prendiamo dei 5 pani e due pesci, prendiamo la vita nuova come dono, ringraziando e riconoscendo chi ci fa il dono, perché quello è il luogo della relazione. Prendere rubando, non guardando chi ci dona, è negare la relazione, concentrarsi sull’Io, sul proprio egoismo. I Gesti di Gesù sono scanditi: PRENDERE, RINGRAZIARE, DONARE.

Noi viviamo se prendiamo, ringraziamo e distribuiamo. La vita nuova innanzi tutto consiste nel prendere, ciò che ci viene dato, perché abbiamo bisogno di vita, non è prendere come possesso, pretesa, come furto, perché questo distrugge in noi l’amore, ma guardando chi ci dona, ringraziando, così il dono diventa occasione, luogo, di relazione con colui che dona, un segno d’amore, non di divisione, di esclusione, di conflitto che altrimenti trasforma il pane in veleno e chi ci fa dono in nemico. Bisogna riflettere bene su come prendiamo il pane, affinché tutto, ogni piccolo gesto, diventa eterno, segno di amore e gioia.

Quando le rappresentazioni interne, fatte di bisogni infantili di dipendenza, vedono in Gesù un re, che esercita un potere, che vuole dominare, dal quale ricevere passivamente il pane, per far dipendere il pane solo da Lui, Gesù si sottrae, ci lascia liberi di essere il pane che desideriamo essere, si ritira e aspetta pazientemente che possiamo maturare ancora ed imparare ad accogliere la proposta di vivere una dimensione nuova, diventare simili a lui capaci di amare, donare , condividere e dare la vita.

Gesù ci coinvolge nella nostra libertà e generosità, ci fa scoprire che ogni dono non va sprecato anche quando è sovrabbondante, perché di questo pane ne avanzano dodici ceste, che possono saziare tutti , sempre. In ogni pezzo di pane c’è l’amore di Dio, possiamo cercarlo, perché è presente in tutti, basta vederlo, gioirne, ringraziarlo e vivere dello Spirito fraterno.

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