Gesù vite vera e noi tralci buoni

Gesù vite vera e noi tralci buoni

Commento di Fra Giuseppe Di Fatta

Letture: Atti 9,26-31; Salmo 21; 1 Giovanni 3, 18-24; Giovanni 15, 1-8

Un caro saluto di gioia e pace a tutti voi!

In questa quinta domenica di Pasqua la liturgia ci fa ascoltare l’inizio del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni che parla della Vite e i tralci, la metafora che Gesù usa per indicare la vocazione e la missione dei cristiani.

Io sono la vite, voi i tralci: i tralci vivono attaccati alla vite; staccati da essa non hanno più senso, non hanno più vita, muoiono e seccano. E vengono gettati via.Presentando questa immagine molto semplice, della necessità dei tralci di rimanere attaccati alla pianta, Gesù indica la necessità di rimanere attaccati a Lui: Rimanete in me. E poi aggiunge: Ed io in voi.

Il nostro rapporto con il Signore non è soltanto una nostra decisione verso di Lui, ma è soprattutto una sua decisione verso di noi.È una comunione con Lui, un attaccamento a Lui, un’unità tra Lui e noi. Quando siamo uniti a Lui, in noi circola la sua vita. Il Battesimo non soltanto ci ha liberati dal peccato originale e ci ha fatti figli di Dio, ma ci ha fatto diventare una cosa sola con Gesù. Noi siamo stati innestati in Lui. San Paolo direbbe la stessa cosa con altre parole: voi siete corpo di Cristo. (1 Cor 12,27) Adesso viviamo della sua vita, della vita del Risorto, del Cristo vivente. La vita nuova di Cristo glorificato è lo Spirito Santo, dono perenne del Padre. Quindi è tutta la santissima Trinità che circola dentro di noi! Per questo Gesù dice: Senza di me non potete far nulla. Gesù non si presenta come qualcosa di facoltativo, ma di essenziale alla vita e alla fede, alla vita cristiana dell’uomo e della donna, all’esistenza dell’intera umanità. Senza di me non potete far nulla. Con questa parola il Signore ci invita a ritornare alle sorgenti della nostra fede: noi siamo già in Lui in forza del battesimo, ma dobbiamo fare il nostro cammino cristiano per rinnovare ogni giorno la nostra adesione a Lui, perché non basta farlo una volta per sempre o una volta per tutte. Quando nella Bibbia si parla della vigna, si fa sempre riferimento al popolo d’Israele, alla comunità. I profeti, per rimproverare il popolo che non si comportava bene e non era fedele all’alleanza, si servivano di quest’immagine dicendo che la vite pregiata del Signore, invece di produrre uva buona, aveva prodotto acini acerbi: Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. (cfr Is 5,1-7)

Oggi Gesù, presentandosi come la vite vera, dichiara di essere colui che ama il Padre, è fedele alla sua Parola e realizza pienamente il suo disegno, rimasto incompleto per il comportamento del popolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Compito del tralcio è produrre uva. Compito del cristiano è fare frutto. Nella lettera ai Galati, Paolo ne elenca 9: Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. (Gal 5,22) Non portare frutto significa rimanere fuori dal progetto di Dio e quindi autoescludersi dalla sua grazia. Per chi invece porta frutto, il Signore, quasi a sorpresa, parla di potatura. Ci si aspetterebbe un incoraggiamento, un’approvazione, un complimento… E invece no: il tralcio che porta frutto lo pota. Una parola dura, esigente. Una parola che spiega il mistero della sofferenza e del dolore come dei tagli per maturare e vivere. D’altronde, anche il Figlio di Dio imparò l’obbedienza da ciò che patì (Eb 5,8). La potatura non avviene nei rami secchi, ma in quelli verdi, dove la pianta è viva, anche se si sviluppa disordinatamente. Serve per irrobustirla, farla crescere bene e farle produrre frutti più abbondanti e gustosi. Una metafora che ci aiuta a comprendere meglio il senso delle difficoltà della vita. Al Signore importa che portiamo più frutto non perché gli stanno a cuore i frutti e dunque il guadagno. In realtà siamo noi che gli stiamo a cuore! Perché fruttificando miglioriamo e cresciamo.

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. L’ascolto della sua Parola, soprattutto il metterla in pratica, non come ascoltatori sordi, ma come coloro che si sforzano di viverla, realizza il rimanere in Lui. Quando avviene questo, Gesù garantisce che possiamo chiedergli quello che vogliamo e ci sarà dato. Un’affermazione che sembrerebbe assurda perché contraddice la nostra esperienza: quante volte abbiamo chiesto qualcosa e non siamo stati esauditi? Ma a questo punto ci facciamo una domanda: è più vera la nostra esperienza umana o la sua Parola? È la nostra vita che deve trovare conferma nella sua Parola, o è la sua Parola che spiega e dà significato alla nostra vita?Su questo argomento mi fermo qui. Sia per motivi di spazio, sia per lasciarvi il gusto della ricerca. Con un pizzico di sana inquietudine…

Desidero soltanto raccontarvi cosa mi è successo tempo fa…

Andai a fare visita a una persona anziana e ammalata e lessi questo brano che era il Vangelo del giorno. Vedendo che era una persona di grande spessore spirituale, le chiesi un’opinione su questa Parola. Lei mi rispose così: La cosa che ti chiedo, Signore, e che tu mi farai è che qualunque cosa tu mi chieda io la faccia. Perché qualunque cosa tu mi chiederai è sicuramente più perfetta di ciò che io potrei chiederti.

Restai sbalordito!  Confesso che quell’incontro fu un grande insegnamento per la mia vita.

Chiediamo al Signore, carissimi, di essere tralci vivi, innestati in Cristo vite vera, il Vivente, il Risorto; e chiediamogli la grazia di ascoltare ogni giorno la sua Parola e di metterla in pratica, portando molto frutto.

Buona domenica a tutti!

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