#liberamentetratto. Un angelo di nome Chir

#liberamentetratto. Un angelo di nome Chir

di Fra Girolamo Palminteri – “C’è nessuno? Giuseppe, sei dentro?”
Bussai ancora più forte e chiamai ancora. Nulla.
La porta della bottega era accostata e quindi, di certo, qualcuno dentro doveva esserci, anche se non trapelava alcuna luce poiché la finestra che da sulla strada era ancora sbarrata.
“Giuseppe, sono Chir, ci sei?”
Stavo per andare quando da dentro sentii sussurrare: “Entra Chir, sto qui”.
Lo vidi seduto sullo sgabello, al buio, coi gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani.
Cosa succede Giuseppe? Perché non rispondevi?”
Rimase immobile. Nessun cenno.
Un’emozione strana mi attraversò. Quella bottega tanto familiare, adesso aveva qualcosa di nuovo, ma non capivo cosa; tutto era al buio eppure avevo la sensazione che una luce avvolgeva ogni cosa.
Sul bancone da lavoro notai un tichel. Cosa ci faceva lì? Di certo non era quello il posto adatto dove doveva stare. Pensai subito che era il regalo di nozze di Giuseppe per Maria. Ma cosa ci faceva lì?
Lo presi tra le mani. Era di lana pregiata, probabilmente lana di prima tosatura. Era stato confezionato da mani esperte, considerato che la trama era ben definita e regolare. Inoltre vi erano ricamati piccoli fiori di color rosa a ricordare i mandorli in fiore, segno di nuovi inizi, nuove primavere.
“Giuseppe, è il tichel per Maria, quello sul bancone? Che ci sta a fare lì?”
“Non lo so Chir. Non so più niente. Non ci capisco più nulla”.
Nonostante io fossi una donna e certe confidenze non era solitamente opportuno concedersele, mi avvicinai a Giuseppe, mi misi in ginocchio accanto a lui così che finalmente potei scorgere il suo volto. Era rigato da lacrime. Volevo bene a Giuseppe. Più volte mi era stato vicino da quando mio marito una mattina era uscito per andare nei campi e non tornare mai più. Ero rimasta sola con un bambino di appena due anni. Adesso Tikvà aveva cinque anni e spesso Giuseppe lo teneva in bottega con sé mentre io andavo a prestare alcuni servizi domestici per le famiglie più agiate di Nazareth ricavandone così qualche spicciolo per me e mio figlio. Spesso però era troppo poco per provvedere ai bisogni seppur minimi di una mamma e un figlio. E allora Giuseppe, sempre in modo molto discreto, metteva nella mia bisaccia un tozzo di pane e un po’ di formaggio. Qualche volta trovavo anche qualche spicciolo.
Mi piaceva vedere Giuseppe e Tikvà che stavano insieme. Era diventato come un papà per mio figlio. E da quando Giuseppe si era fidanzato con Maria, l’aria in quella bottega si era fatta densa di promesse.
“Sai Tikvà?! Tra qualche mese io e Maria ci sposeremo e se il Signore vorrà avremo tanti figli e tu, così, avrai tanti cuginetti con cui poter giocare. Anzi, essendo tu un po’ più grande di loro, mi aiuterai ad insegnare loro i trucchi del mestiere cosicché la nostra sarà davvero una grande bottega di tutto rispetto. Sai Tikvà?! Sei per me come un figlio e voglio che tale tu continuerai a considerarti quando arriveranno altri marmocchi in questa bottega”.
Gli poggiai una mano sulla gamba e aspettai. Dopo un po’ mi disse:
“Le voglio bene, lo sa solo Dio quanto le voglio bene. Il mio cuore sa, lo sa per certo, che di lei ci si può fidare. Mi voglio fidare. Ma è difficile. Dove mi porterà tutto questo? Dove ci porterà? E che ne sarà dei nostri progetti? Qual è il senso di questo non senso? È incinta! Maria è incinta. Lo capisci Chir?! Incinta”.
Non sapevo che dire. Conoscevo Maria. Come era possibile?
“Un viandante, ieri, al tramonto del sole ha bussato a casa sua chiedendo un bicchiere d’acqua. Maria è corsa subito a prenderlo e a porgerlo all’ospite. Dopo i primi sorsi, l’uomo, ormai di anni avanzati, fissò Maria e le sorrise: “Gioisci Figlia e sorella. Il Signore ti ha beneficato da sempre ed oggi ti visita ancora chiedendoti di essere la madre del figlio suo”. Maria non capì cosa stesse dicendo il veggente e chiese spiegazioni.
“Lo Spirito di Dio ti coprirà con la sua ombra come nei giorni della creazione e farà una cosa nuova; un figlio d’uomo e figlio di Dio. Ma l’Onnipotente ha bisogno del tuo si perché l’amore diventi carne e ogni uomo si riconosca figlio amato e fratello.
E lei ha detto il suo Si.
Capisci Chir?! E in tutto questo cosa c’entro io? Di chi è figlio questa creatura che porta in grembo?! Di chi sarò sposo? Di chi sarò padre? Come accettare tutto questo?”
Che tenerezza che mi faceva questo uomo buono come il pane e forte come la roccia.
Aveva avuto sempre le parole giuste quando ero rimasta sola, quando lo sconforto attanagliava il mio cuore, quando mi preoccupavo per il futuro di Tikvà.
E mi ricordai una cosa che mi aveva detto proprio qualche giorno dopo che mio marito era scomparso:
Sai Chir, il Signore ci conosce bene e non permette mai che le prove superino le nostre capacità. Anzi, penso proprio che, ogni prova è come un dono che ci fa, perché il frutto maturi fino alla sua maggiore espressione. E quando il frutto è maturo, viene raccolto perché se ne goda per sempre. Oggi tu non comprendi il senso di cosa ti sta accadendo; ma nel tempo si farà luce. Soltanto fidati. Perché Dio non viene mai meno alle sue promesse e sempre provvede, anche se non nei tempi e nei modi che noi pensiamo e desideriamo”.
E così è stato, Giuseppe. Perché conoscevo il Dio dei nostri padri per sentito dire e tu ti sei fatto suo messaggero perché lo vedessi coi miei occhi.
Guardai Giuseppe negli occhi. Lui mi guardò. Il silenzio era denso. Un raggio di luce, dalla porta rimasta socchiusa alle nostre spalle, infranse il buio. Solo una parola: “Continua a fidarti, Giuseppe. Il nostro cuore è stato fatto per contenere l’universo”.
Voglio ricordarti così. Ad-Dio.
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