Gli anni di piombo: si può disarmare il dolore?

Gli anni di piombo: si può disarmare il dolore?

di Don Piero Sapienza – Nelle ultime settimane, ha fatto molto discutere la richiesta del governo italiano a quello francese per chiedere l’estradizione di un gruppo di ex Brigatisti Rossi, ormai stabilitisi in Francia da oltre 30 anni, dove hanno condotto una vita normale (famiglia, relazioni sociali, lavoro ecc.), avendo chiuso con le loro imprese terroristiche precedenti. E infatti, pur condannati definitivamente dalla giustizia italiana, questi ex BR sono riusciti a fuggire in Francia dove sono invecchiati, indisturbati, usufruendo tranquillamente di una legge risalente al tempo del presidente Mitterand. L’opinione pubblica in Italia si è divisa, sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista dei media. Qualcuno è arrivato a dire: cosa se ne fa la giustizia di questi ultrasettantenni, ormai innocui? Che senso ha fare scontare una pena in carcere, dopo tanti anni? Altri hanno voluto vedere in questa decisione del nostro governo una sorta di vendetta a scoppio ritardato e la possibilità di riaprire certe ferite che il tempo già avrebbe rimarginato! Qualche altro (riecheggiando alcune affermazioni dell’ex presidente Cossiga durante un’intervista) ha parlato delle BR come di gente che portava avanti la lotta armata come una guerra contro lo Stato, con lo scopo di affermare certi valori politici per realizzare gli ideali di giustizia nella società italiana. Pertanto, non trattandosi di delinquenti, finita la guerra non ci sarebbe stato più bisogno di infierire ancora contro il nemico, reclamando ancora oggi che queste persone scontino le pene comminate loro dalla giustizia! Ovviamente, ben altre sono state le considerazioni dei familiari delle vittime del terrorismo rosso, che non hanno invocato alcuna vendetta, bensì giustizia. Per aiutare un discernimento su questi avvenimenti, mi sembra opportuno segnalare un articolo a cura di G. Bertagna S.J., apparso sulla rivista
“Aggiornamenti sociali” di maggio 2021: “Disarmare il dolore. Rivisitare gli anni di piombo in un cammino di giustizia riparativa”, dove fra l’altro troviamo le testimonianze di Agnese Moro (figlia di Aldo) e Adriana Faranda (che fece parte del gruppo che sequestrò e poi uccise Moro, il 9 maggio 1978). A partire dal 2007, a Milano, presso il Centro Culturale S. Fedele dei gesuiti, il padre Bertagna, con una sua équipe, comincia a dialogare e a incontrare gruppi di persone tra i familiari delle vittime e i responsabili del terrorismo.
Si tratta di un cammino difficile e lento, ma pieno di speranza, per cui a poco a poco gli incontri si fanno più frequenti e diventano anche giornate residenziali per un dialogo e un confronto più ampio, in luoghi come, ad esempio, l’abbazia di Viboldone. L’esperienza si ispira ai fondamenti della Restorative Justice. Si tratta, in poche parole, di porsi in un’ottica di “giustizia orizzontale, centrata più che sul reato e sulla pena, sull’incontro e sulla possibilità di recuperare relazioni lacerate dolorosamente”. Mano a mano che il cerchio delle persone coinvolte si allarga, il gruppo arriva alla decisione di portare in pubblico i risultati di questa originale esperienza, organizzando dibattiti e incontri pubblici, soprattutto tra i giovani. Frutto del percorso compiuto fino al 2015 è la pubblicazione del libro di Bertagna G. – Ceretti A. – Mazzucato C., Il libro dell’incontro.
Vittime e responsabili della lotta armata a confronto (Ed. Il Saggiatore, Milano 2015). Agnese Moro scrive: la giustizia riparativa ha “bonificato e rigenerato” la mia vita. Infatti, sottolinea ancora Moro, si crea “uno spazio in cui il dolore degli uni e degli altri [vittime e responsabili] può essere visto, toccato e riconosciuto […]”. Ma ciò non vuol dire “confondere storie, responsabilità, scelte, destini che rimangono ovviamente diversi”. Infatti, “il male non si cancella, le sue conseguenze non si cancellano. Il dolore anche non si cancella, ma lo si può privare della sua forza autoriproduttiva, moltiplicatrice e distruttiva […]”. E la conclusione di Agnese induce a riflettere seriamente sulla forza che si sprigiona dal bene: “Quelli che furono i miei nemici, oggi arricchiscono di vicinanze e di amicizia la mia vita”. E infatti Adriana Faranda (già membro della direzione strategica delle BR, arrestata nel 1979, si dissocia dalle BR negli anni ’80. Esce dal carcere nel 1994) e Agnese Moro si incontrano. Faranda, a sua volta, scrive: “Incontrare Agnese è stato recuperare umanità, ricucire la lacerazione in un contesto di giustizia…Oltre all’affetto, ad Agnese mi unisce la sensazione di averein comune il dolore ma anche tanta solitudine…”. Questa ritrovata dimensione umana profonda ha portato Adriana a riconoscere il male compiuto negli euforici anni della sua lotta armata, allorché, come lei stessa afferma, “in una nota aggiuntiva di follia”, aveva lasciato anche sua figlia, pensando di regalarle un domani migliore. Le relazioni umane, riscoperte e valorizzate, sono state come una “nuova luce”, per cui l’ex terrorista può affermare: “vedo ancora più nitidamente l’orrore di quello che abbiamo fatto ma, insieme, mi accorgo che sentire più profondamente la propria responsabilità apre a trovare nuove vie per riparare, per ricostruire relazioni frantumate e la speranza…A contatto con Agnese ho imparato a voler bene anche a suo padre”. A me sembra che questo sia un modello per inquadrare nel giusto modo il dibattito in corso. Non solo, ma questo percorso potrebbe essere applicato anche per le questioni che riguardano la mafia; e inoltre può essere un seme
di speranza per il vivere quotidiano di tutti. In altre parole, non si può cancellare tutto il male commesso, la violenza, con un colpo di spugna, come se nulla fosse accaduto. Papa Francesco affrontando simili tematiche nota:
“Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa” (Fratelli tutti 249). E infatti, aggiunge Francesco, “Il perdono non implica il dimenticare. Diciamo piuttosto che quando c’è qualcosa che in nessun modo può essere negato, relativizzato o dissimulato, tuttavia, possiamo perdonare” (FT 250). E l’esperienza che abbiamo riportato sopra sembra riprodursi in queste parole del Pontefice: “Quanti perdonano davvero non dimenticano, ma rinunciano ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva che ha fatto loro del male. Spezzano il circolo vizioso, frenano l’avanzare delle forze della distruzione. Decidono di non continuare a inoculare nella società l’energia della vendetta, che prima o poi finisce per ricadere ancora una volta su loro stessi” (FT 251).

(Fonte Prospettive)

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.