I laureati italiani tra i meno pagati in Europa: così si diventa “cervelli in fuga”

I laureati italiani tra i meno pagati in Europa: così si diventa “cervelli in fuga”

di Salvatore Di Bartolo – Oramai non è più una sorpresa, ma un dato di fatto universalmente riconosciuto ed accettato: i laureati italiani sono tra i meno pagati d’Europa insieme a spagnoli e polacchi. Un neolaureato in Italia guadagna infatti mediamente 28mila euro annui lordi, mentre un collega inglese ne guadagna 32mila, un francese 35mila, per non parlare poi di un tedesco che ne intasca circa 50mila e di uno svizzero che ne guadagna addirittura 79 mila. Questo è quanto emerso da uno studio condotto dalla società di consulenza Mercer. 


Nonostante le notevoli differenze di trattamento con gli altri paesi europei, tuttavia, l’ultimo rapporto della Corte dei Conti sul sistema d’istruzione italiano afferma che: “la laurea comporta un notevole vantaggio, in termini di livelli di retribuzione, nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse. In Italia, nel 2016, i 25-64enni laureati con un reddito da lavoro a tempo pieno guadagnavano il 37% in più, rispetto ai lavoratori a tempo pieno con un’istruzione secondaria superiore”. La criticità che emerge scandagliando tale rapporto è che dunque il vantaggio dei laureati sui diplomati risulta inferiore rispetto a quello degli altri paesi Ocse dove in media un laureato guadagna il 54% in più rispetto a chi ha soltanto un diploma.

Un altro dato che è possibile estrapolare dal suddetto rapporto è che vi sono ogni anno in Italia pochi laureati. Nel 2018, infatti, la percentuale di 30-34enni con un livello di istruzione terziaria era pari al 27,8%, di molto inferiore rispetto alla media Ue che si attesta intorno al 40,7%. Ed è proprio questo il paradosso: in Italia abbiamo pochi laureati, rappresentano quindi un bene scarso ma poco valorizzato in termini di retribuzione.

A tale paradosso tutto italiano si aggiunge poi anche la beffa: le ridotte prospettive occupazionali con adeguata retribuzione spingono sempre più neolaureati a lasciare il Paese. I “cervelli” che hanno lasciato il Paese sono cresciuti infatti del 41,8% rispetto al 2013. Su questo il giudizio della Corte dei Conti risulta essere impietoso: “la fuga di cervelli non è compensata da un analogo afflusso di persone altamente qualificate dall’estero: il saldo netto è, dunque, negativo”. 

Tirando le dovute conclusioni, dunque, le università italiane sfornano laureati che contribuiscono poi ad accrescere il pil di altri paesi. Il tutto senza essere minimamente in grado di attirare cervelli dall’estero.

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