Preparate la cena per noi

Preparate la cena per noi

Commento di Fra Giuseppe Di Fatta

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

Un caro saluto di gioia e pace a tutti voi!

Questa domenica dopo la SS. Trinità, è la solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Ascoltiamo alcuni versetti del Vangelo di Marco.

Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?

La Pasqua di Cristo sarà il pieno compimento di ciò che la pasqua dell’Antico Testamento prometteva. Il compimento è Cristo nostra Pasqua, immolato per noi. L’agnello senza difetto e senza macchia, preparato prima della fondazione del mondo (1 Pt 1,19-20). Mangiare la pasqua con Lui significa essere associati alla sua stessa passione per il mondo, disposti a pagarne il prezzo, nonostante le nostre paure e i nostri limiti. Gesù ha preparato la sua Pasqua e si è fatto aiutare dai suoi discepoli. Non è una preparazione solo spirituale, ma concreta, fatta di cose reali: una sala grande e addobbata, arredata, una cena, tutto l’occorrente…

La sala è al piano superiore, il Cenacolo: quindi ci sono le scale, bisogna salire, bisogna faticare, sudare, impegnarsi per entrare in quella sala che è la comunità, la Chiesa, il cenacolo, la celebrazione: bisogna salire al piano superiore.

Ci sono molti cristiani che vanno a Messa la domenica, ma non si sentono parte viva della comunità. Magari saltano da una chiesa all’altra e restano anonimi partecipanti della celebrazione. Crescere nella fede significa anche accettare di salire queste scale, che la fede non è un fatto privato tra me e Dio, ma che ho bisogno di una concreta comunità dove posso ricevere e offrire il mio servizio, dove ci si confronta, a volte ci si scontra, e quindi si cresce.

Mi colpiva tempo fa l’osservazione di un confratello parroco che diceva: il danno che sta provocando la pandemia è incalcolabile, non solo sul pano sanitario ed economico, ma anche sul piano del cammino di fede della comunità cristiana. Anche i cristiani che vengono a Messa, sono più attenti a fare la comunione, che a fare comunione fra loro!

In questo Vangelo, il verbo preparare, è ripetuto più volte. Le cose importanti vanno preparate… Anche il Padre ha preparato la venuta del suo Figlio. Ha parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti per preparare nel tempo della Chiesa la venuta della sua Parola ultima e definitiva: il Figlio Gesù. I giovani studiano per prepararsi a svolgere un lavoro, si preparano due fidanzati per sposarsi, il seminarista per l’ordinazione, il frate e la suora per la professione… Ora Gesù prepara la sua Pasqua. Noi ci prepariamo alla Pasqua settimanale che è la domenica, il giorno del Signore. La domenica è un momento di grazia ora, non in un altro momento. Le cose importanti non si improvvisano. Il modo con cui ci prepariamo indica quanto ci crediamo.

Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? La Pasqua non è solo un rito da celebrare, ma anche un convito dove si mangia. Gesù prepara la sua stanza dove può mangiare la sua Pasqua con i suoi discepoli, cioè dove vivere il suo mistero pasquale. Per noi mangiare l’Eucaristia, sacramento della sua pasqua, significa partecipare alla sua morte e risurrezione.

Nella stanza al piano superiore… È un luogo teologico in cui si realizzano i misteri principali della nostra salvezza: l’ultima cena con l’istituzione dell’Eucaristia, l’apparizione di Gesù risorto, la preghiera degli undici con Maria in attesa dello Spirito Santo, la partenza per la missione. La stanza superiore è il mio stesso cuore, che fa del mio corpo il tempio dello Spirito. Preparare la pasqua significa accedere a questa stanza superiore. Oltre il rumore del peccato e della fragilità, scopro la mia verità che è la sua presenza e il suo amore per me. Fuori da questa stanza siamo fuori casa.

Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: Prendete, questo è il mio corpo.

Lo prese, lo benedisse, lo spezzo’, lo diede.

Quattro verbi che possiamo definire tecnici, con una densità e ricchezza di significati altissimi. Gli stessi che gli evangelisti usano per la moltiplicazione dei pani e nel racconto dei discepoli di Emmaus, per cui entrambi gli episodi hanno un valore esplicitamente eucaristico. A livello esistenziale potrebbero essere verbi che ci coinvolgono e ci interessano: il pane preso può essere ricondotto alla nostra vocazione, il pane benedetto può esprimere la consacrazione, il pane spezzato può fare riferimento alla formazione, il pane dato può essere ricondotto alla missione. Come il pane, ciascuno di noi è: preso, benedetto, spezzato e dato. Vocazione, consacrazione, formazione e missione. Nei verbi usati per il pane, troviamo gli elementi di ogni personale chiamata e risposta: è come se ci venisse detto di identificarci con il pane, quindi con Gesù!

Questo è il mio corpo! Nel linguaggio semitico significa: sono io!

Condividere il pane con Gesù significa partecipare alla sua morte, corpo dato, perché questo pane è il suo corpo. Se da una parte Gesù si mette nel solco dei rituali ebraici, dall’altra parte immette e innesta la sua novità: Egli annunzia che il pane spezzato e condiviso non è più riferimento all’agnello dei sacrifici passati, ma è il suo corpo immolato, quindi l’invito a mangiarne è condivisione del suo destino. È questo il vero significato del partecipare a Messa: condividere il cammino di Gesù perché l’Eucaristia è sacramento della sua passione. Il pane e la coppa del vino, non sono più segni della Pasqua antica, ma della Pasqua nuova che è Lui, con il suo corpo donato e il suo sangue versato. Prendete, mangiate, grammaticalmente sono degli imperativi, spiritualmente sono un comandamento nuovo. Il comandamento dell’amore che si fa mangiare e bere. Noi sappiamo che tutto questo lo realizziamo nella Celebrazione Eucaristica, dove quel pane e quel vino che portiamo alla mensa, attraverso l’imposizione delle mani, l’invocazione dello Spirito, le parole di consacrazione del presbitero insieme alla preghiera della comunità, diventano sacramentalmente il suo corpo e il suo sangue.

Nella nostra vita, anche noi siamo chiamati a farci mangiare e farci bere, per amore. È interessante notare che il Signore per fare questo, il più alto dono che poteva consegnarci, ha scelto il pane e il vino, segni umili ma che in natura non esistono. Non si raccoglie pane dagli alberi, non scorre vino nei fiumi. Quindi ha scelto segni che sono insieme un suo dono e frutto del nostro lavoro: il corpo e il sangue di Gesù sono doni di Dio, ma anche frutto della nostra collaborazione. È la nostra partecipazione non soltanto al momento liturgico, ma anche alla vita. Nell’Eucaristia c’è lui, ma ci sono pure io. La salvezza è gratuita, ma ha bisogno di un’accoglienza attiva, partecipata, dinamica da parte dell’uomo. Davanti all’Eucaristia, così come davanti alla salvezza, noi non siamo passivi. Nel ricevere i suoi doni, siamo protagonisti.

Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. Rendere grazie è il verbo greco da cui viene il termine Eucaristia. Con il calice del vino Gesù invita i suoi discepoli a condividere la sua sorte. Il calice è sempre riferimento alla sua passione e morte: Potete bere il calice che io bevo? (Mc 10,38) dirà a Giacomo e Giovanni che volevano i primi posti.

E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.Le parole sul calice esprimono anche la morte di Cristo come nuova alleanza, sacrificio di espiazione per la salvezza di tutti. Nel linguaggio semitico dicendo corpo si definisce la persona, con il termine sangue ci si riferisce alla vita; corpo e sangue indicano una persona donata e una vita offerta. Alleanza nuova, eterna, non più bilaterale come nell’Antico Testamento. Data l’esperienza fallimentare causata dall’infedeltà del popolo, adesso si impegna solo Dio! Così l’alleanza non si rompe più, il dono è fatto per sempre. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio. L’Eucaristia è memoriale del passato, fate questo in memoria di me, ma è anche anticipo del futuro, cioè del banchetto escatologico finale. Per questo dopo la consacrazione diciamo: Annunziamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. L’attesa della sua venuta è la dimensione ultima della salvezza.

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Mi piace questa annotazione conclusiva che si riferisce al canto: è l’unica volta che nel Vangelo si dice che Gesù, con i discepoli, cantava. L’inno a cui si accenna è il grande Hallel, che la famiglia ebraica cantava alla fine della cena pasquale. È il salmo che narra la storia della salvezza al ritmo della misericordia di Dio, quasi a dire che la misericordia di Dio è il ritornello della salvezza. Tutta la storia della salvezza è un canto che ha un ritornello: la sua eterna misericordia.

Ringraziamo il Signore in questa solennità del suo corpo e del suo sangue: cibo e bevanda di salvezza, forza nel cammino, nutrimento per crescere, fonte di comunione fraterna, sostegno nel servizio. Veramente, senza Eucaristia non possiamo vivere!

Per concludere, voglio proporvi una serie di ERRORI DA EVITARE, frutto di esperienza pastorale, che possono servire per chiarire e correggere certe abitudini o mentalità sbagliate durante la celebrazione eucaristica. Se ti ritrovi in qualcuno di questi errori, ti invito a rivedere il tuo comportamento.

– arrivare puntualmente in ritardo;

– non sentirsi parte dell’assemblea e vivere la Messa in modo anonimo, individuale,

come spettatore passivo;

– sedersi agli ultimi posti, lasciando i primi banchi vuoti;

– sedersi sparpagliati;

– sedersi al solito posto perché è il mio;

– chiacchierare e distrarsi;

– non spegnere il cellulare;

– non partecipare alle preghiere dell’assemblea e al canto;

– recitare altre preghiere;

– leggere foglietti e libretti;

– confessarsi durante la celebrazione;

– accendere lumini ed esprimere devozioni ai vari santi;

– avere un abbigliamento inadatto;

– stare seduti, in piedi, in ginocchio, a secondo come mi sento;

– mettersi d’accordo su chi deve leggere a Messa iniziata;

– non conoscere le letture in anticipo;

– andare a messa solo per funerali, battesimi, matrimoni, per la festa del patrono, per i primi venerdì;

– stare attenti solo al nome del mio defunto;

– come è andata la Messa? Bene, la predica era corta!

Una buona e santa domenica a tutti voi!

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