Testimonianza.  Prof tra i carcerati: “Prima del detenuto, c’è sempre l’uomo”

Testimonianza. Prof tra i carcerati: “Prima del detenuto, c’è sempre l’uomo”

di Salvatore Di Bella – “Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare” (Seneca)

Questo periodo particolare dovuto alla pandemia è stato davvero devastante: vittime, crisi economiche, perdite di lavoro con conseguenze gravi, per cui è vero che il necessario serve per vivere, ma è anche vero che la ricchezza è nell’anima: l’amore, la gioia, il dono. Il caso non è mai un caso: qualche anno fa, appena venticinquenne, mi sono trovato ad insegnare nella sezione di alta sicurezza del Penitenziario di Parma. Ricordo perfettamente il primo giorno quando, varcando i diversi cancelli mi sono ritrovato in un corridoio in attesa di entrare in una stanza. Il personale della Polizia Penitenziaria, che è molto professionale, mi ha consegnato il badge, mi ha fatto depositare il cellulare, gli effetti personali, ed infine addestrato sui comportamenti da adottare nei diversi scenari possibili, tra cui quello di non chiedere mai il motivo della detenzione e non dare informazioni personali (nome, cognome, etc.)

Non nascondo che dopo aver ricevuto le prime regole, prendevo sempre più consapevolezza del sistema carcerario e cominciavano a presentarsi i primi timori. Timori che poi via via nel tempo sono svaniti. Le prime difficoltà operative si sono manifestate proprio in aula: molto spartana, con le sbarre, una lavagna, qualche banco, le sedie e la cattedra. Quella cattedra che non ho mai utilizzato, se non per appoggiare i registri e alcune fotocopie. Le fotocopie e gli appunti venivano preparati da me, controllati dal personale della Polizia Penitenziaria per ovvie ragioni di sicurezza, perchè non sempre i detenuti hanno a disposizione i testi su cui lavorare. I primi tempi, privo di esperienza, mi lamentavo molto su questo aspetto, ma più passavano i giorni e più mi rendevo conto che riuscivo a creare dei percorsi didattici senza seguire gli schemi canonici e quindi senza basarmi sulla classica lezione frontale, dove il docente spiega e gli allievi ascoltano. Nascevano sempre discussioni di attualità molto partecipate, momenti di condivisione anche personale, ed il tempo all’interno del carcere in questo modo non passava mai! Mi ha molto colpito l’eterogeneità del gruppo classe: detenuti di varie età con alle spalle storie che non fanno dormire la notte, di varie provenienze geografiche, di estrazione sociale diversa, ma molto volenterosi. Non mi rendevo conto, ma stava avvenendo in me una rivoluzione personale! Devo essere molto sincero: inizialmente avevo molti pregiudizi, approcciare o stringere la mano a dei detenuti non era nei miei schemi mentali, ma mi sono ricreduto perchè prima del detenuto, prima dei reati c’è sempre l’uomo. Lavorando in carcere capisci che nulla è scontato, nulla è dovuto, e ti rendi conto che il genere umano non è diviso tra chi sta dentro e chi sta fuori. La cosa principale che mi ha colpito è stato il rispetto vero nei miei confronti, così come la gentilezza. I detenuti sanno di essere considerati gli scarti, come dice Papa Francesco, e alla luce di questo chiedevano costantemente se io fossi contento di lavorare con loro e per me è molto bello perché effettivamente ci andavo con gioia, stavo bene ed il rispetto era reciproco. Pensavo che fossi io ad insegnare ai detenuti, ma in fin dei conti sono stati loro ad insegnarmi tante cose che porto sempre nel cuore. Ecco il dono ricevuto! Tutti gli insegnamenti che ho ricevuto e che possiedo nel mio animo, sono ricchezze che il denaro non può comprare assolutamente.

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