Quale stile?

Quale stile?

Commento di Fra Marcello Buscemi e Tiziana Frigione.
Giovedì della X settimana del Tempo Ordinario.
Letture 2Cor 3,15-4,1.3-6; Sal 84; Mt 5,20-26

Riflessione biblica

“Chi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna”. Tutti ci sentiamo chiamati in causa: la nostra relazione con i fratelli non è improntata allo stile evangelico dell’amore, ma allo stile scurrile della strada e della TV. La relazione con il nostro prossimo non può regolarsi in base alle “parolaccie”, come segno di chissà quale “maturità” o come procedimento di intimidazione, di pressione, di superiorità etica sugli altri. Già il detto popolare afferma che tale comportamento è scorretto: “La parola non ha ossa, ma rompe le ossa”. E la parola di Dio ci mette in guardia: “Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. La lingua: è un piccolo fuoco, può incendiare una grande foresta!” (Gc 3,5). Per questo siamo esortati a “gettare via: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla nostra bocca” (Col 3,8). Il comportamento del credente si base sull’amore che edifica il prossimo: “Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29). Ma il Vangelo va oltre quest’esortazione paolina, alquanto buonista: la parolaccia, il giudizio sul fratello e l’invettiva contro di lui sono classificate come “violenza contro il prossimo”, un attentato al precetto dell’amore al prossimo: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto”.
Esercitiamo il dominio su noi stessi, sulle nostre parole e sui nostri sentimenti: “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore” (Ef 4,31-5,2).
Il cammino che Dio concede ad ognuno di noi è quello di vivere la sua Parola, con un cuore nuovo che ci fa scegliere il bene nei rapporti con gli altri, riportandoci alla consapevolezza che siamo tutti fratelli. Gesù oggi ci dice che, conoscere ed osservare la legge, come gli scribi ed i farisei, può garantirci l’apparenza di persone giuste, ma non basta per vivere l’amore, la vera giustizia. Gesù vuole guidarci alla radice del bene, perché sono i sentimenti sottostanti alle azioni, che esprimono cosa abita nel nostro cuore, come ci rappresentiamo l’altro e Dio stesso.
Per fare il male ed autorizzarci quasi, intimamente, mitigando i sensi di colpa, spesso demonizziamo l’altro, che, incarnando tutto il male, diventa solo un nemico da combattere ed uccidere, lo priviamo della dignità di figlio, mentre soffochiamo in noi la possibilità di accoglierlo ed amarlo. Le relazioni basate su sentimenti negativi, annientano l’altro, lo uccidono dentro di noi, togliendogli la stima, ignorandolo, detestandolo, magari dietro un falso sorriso. Gesù ci aiuta a guardare il nostro cuore, perché è li che dobbiamo guarire, per vedere nell’altro un fratello ed accogliere la paternità di Dio, avere i suoi stessi sentimenti. Durante il cammino possiamo suscitare negli altri sentimenti negativi, subire giudizi inopportuni, critiche, fraintendimenti, che sono solo proiezioni distorte di infinite fragilità negate nell’intimo e che buttate fuori, causano altro dolore. E’ bene accogliere e vivere tutto questo per ciò che è, ma superata la reazione, umanamente naturale, è importante la disponibilità a riconciliarci, a trasformare un avversario in fratello, il male in occasione per purificarci e rilanciare l’amore in noi. Se viviamo alimentando il disprezzo, l’ira, l’altro può essere solo un nemico da temere, allontanare, combattere e perdiamo la libertà di aprirci all’amore, chiusi in una prigione di diffidenza, rabbia, sospetto e rancore. Non importa chi ha ragione e chi ha torto, perché nella consapevolezza che Dio è Padre, possiamo affidare a Lui l’altro e noi stessi, affinché ci purifichi da tutto ciò che impedisce di vedere nell’altro un fratello, da accogliere, comprendere ed amare.
Non basta evitare, non ucciderlo, ma amarlo, per non uccidere in noi la libertà di amare e di vivere da fratelli.
Spesso, per non mortificare il nostro amor proprio e mantenere alta l’autostima, ci comportiamo bene con chi ci fa un torto, per sentirci superiori. Cosi, nel nostro cuore, il narcisismo ha già soffocato l’amore, il bisogno di superiorità, ha già messo da parte il desiderio di vivere da fratelli.
Chiediamo oggi a Gesù di guarire il nostro cuore e di non sprecare neppure un istante chiusi nella gabbia del rancore, per compiere la vita nell’amore e ci stupirà tutto ciò che incontreremo fuori da questa gabbia.
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