La spiritualità Basiliana in Sicilia

La spiritualità Basiliana in Sicilia

di Shara Pirrotti – Alcuni tra i monumenti architettonici più affascinanti della provincia di Messina sono i monasteri di San Filippo di Fragalà, dei Santi Pietro e Paolo di Itala, dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, dei santi Alfio, Cirino, Filadelfio di San Fratello, di Santa Maria di Mili. Chiunque abbia la fortuna di visitarli, entra in contatto con una realtà spirituale, storica e architettonica specifica della nostra area geografica, definita genericamente, e impropriamente, monachesimo basiliano. Cioè il monachesimo che parlava in greco ma riconosceva il papa di Roma, il monachesimo che ebbe una parte fondamentale nel mantenere la Sicilia nell’orbita della chiesa di Roma persino durante i due secoli di dominazione musulmana e che contribuì alla sua definitiva occidentalizzazione: se oggi la Sicilia non appartiene all’Africa alla Grecia o all’Asia minore, il merito, oltre che dei Normanni, è dei monaci italo-greci, dei “basiliani.

Ma quando e dove nasce il monachesimo?

Il monachesimo (dal greco monakós=solitario) si sviluppa in Egitto, dove Antonio il Grande, impropriamente detto “abate” (250-356), inventò una nuova forma di martirio basata non sullo spargimento di sangue, come avveniva in quegli stessi anni nell’impero romano d’occidente, bensì sulla rinuncia ai beni del mondo e alla meditazione in totale solitudine (esicasmo). Il monachesimo proposto da Antonio, puramente contemplativo, esigeva penitenze drastiche e al limite della resistenza umana, e quindi era accessibile solo a pochi esseri eccezionali come lui, che era definito dai contemporanei “l’uomo di Dio”.

Nel IV secolo, sul suo esempio, Pacomio fondò a Tabennesi sul Nilo la prima comunità monastica a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme. I suoi membri trascorrevano le giornate praticando la meditazione, la preghiera, lo studio delle Sacre Scritture e il lavoro manuale, sottoponendosi a norme comuni che rendevano accessibile l’eremitismo a uomini e donne: esse prevedevano, sul modello della sottomissione di Cristo al Padre, l’obbedienza ad un superiore, chiamato abba (padre), che dirigeva la comunità. I suoi componenti si chiamavano tra loro “fratelli” e da quel momento il termine assunse definitivamente, accanto alla dimensione familiare e al legame di sangue, il valore di legame spirituale.

L’eremitismo proposto da Pacomio era più a misura d’uomo, e fu per questo che ebbe migliaia di seguaci in Egitto, Palestina, Siria, Persia, Cappadocia e Armenia.

Entrambi i sessi godevano del rispetto e del riconoscimento delle autorità statali. Il sacerdozio, invece, era considerato un ministero completamente diverso.

Alla metà del IV secolo, Basilio di Cesarea ebbe l’intuito di sottoporre l’ideale monastico di Pacomio al papa di Roma, riconosciuto dai monaci come il supremo capo della Chiesa, pur mantenendo la lingua e i riti greci.

I cenobi concepiti da Basilio, inoltre, pur sorgendo fuori della comunità urbana (come lo erano stati quelli egiziani), in realtà non ne erano molto distanti e mantenevano un continuo contatto con le scuole, gli ospedali, la cattedrale, cioè con i luoghi deputati alla comunicazione e al contatto umano. Basilio insisteva molto sul dovere della carità e dell’aiuto ai bisognosi, due aspetti del suo ideale di monachesimo che aveva cercato concretamente di attuare durante tutta la vita. Nel IX secolo, con San Teodoro (759-826), abate del monastero dello Studion a Costantinopoli, il monachesimo divenne una vera organizzazione, un sistema ben definito, giuridicamente riconosciuto sia dalla Chiesa e dalla società, sia dalle autorità civili e militari. I monaci erano ritenuti da tutti i custodi della fede e della devozione a Dio, attraverso le loro preghiere, le icone e le reliquie, che conservavano gelosamente nei monasteri. È importante però evidenziare che non esistette mai – e non esiste ancor oggi – nelle Chiese orientali una vera e propria “Regola”, intesa come codice di norme scritte, alla stregua di quanto accadrà in Occidente con San Benedetto tra la fine del V e la metà del VI secolo.

In Oriente, infatti, ogni monastero adottava il proprio regolamento, imposto dal suo abate, che in generale seguiva gli orientamenti di Basilio, introducendo le varianti ritenute utili alle singole comunità.

Vigevano comunque, in tutti i monasteri di rito greco, delle norme universalmente condivise, come il fatto, per esempio, che le doti morali essenziali fossero costituite dalla docilità e dall’obbedienza al superiore, ma anche dalla diligenza e dall’attitudine allo studio. La vita monastica doveva inoltre concentrarsi sul lavoro manuale: solo i più colti e dotati potevano dedicarsi allo studio, alla spiegazione e alla trascrizione delle Sacre Scritture e delle opere ascetiche. La maggior parte dei monaci praticava invece l’agricoltura, fianco a fianco con i contadini e i coloni che lavoravano sulle terre del monastero. I prodotti agricoli servivano al sostentamento dei confratelli e dei poveri. Il regime di vita utilizzato dai monasteri era quello agricolo-pastorale, basato essenzialmente sui prodotti della terra e sulla pesca, secondo il modello evangelico e biblico.

Sull’esempio di Basilio, molti monasteri di rito greco si diffusero nelle isole greche, in Sicilia e nell’Italia meridionale.

I primi monaci bizantini giunsero in Sicilia presumibilmente già nel IV-V secolo, tra i quali forse anche S. Filippo di Agira, con il discepolo Eusebio, S. Calogero, S. Gregorio e S. Demetrio.

Il monastero era concepito come una comunità autosufficiente, con a capo l’abate, che dirigeva la comunità per tutta la vita, soprattutto se era stato lui a fondarla su un terreno di sua proprietà e con i propri fondi. In quel caso, alla sua morte, l’abate lasciava il monastero in eredità a un suo familiare.

Il numero dei monaci componenti le singole comunità era variabile, ma difficilmente superava le dodici unità. La vita del monaco italogreco si basava fondamentalmente su cinque pilastri: il silenzio, la preghiera, la vita comunitaria, il lavoro, le opere di carità.

Dopo un periodo di tirocinio, della durata di tre anni, i novizi potevano confermare la loro professione e divenire monaci a tutti gli effetti, mediante la tonsura. Da quel momento erano obbligati a seguire il regolamento del monastero e a obbedire all’abate, detto anche igumeno, che rappresentava per loro una guida spirituale e un sicuro punto di riferimento per questioni economiche e giuridiche.

La vita dei monasteri basiliani in Sicilia prima del IX secolo era piuttosto semplice e ritirata. I monaci erano per lo più gente semplice e i monasteri non avevano grandi dimensioni, né particolari risorse, eccetto quelli, come già detto, dove confluivano i beni familiari di un monaco ricco, ma anch’essi solo per un periodo limitato. Erano essenzialmente luoghi di preghiera e penitenza e continuarono ad esercitare questa funzione fino alla fine dell’XI secolo, sebbene, quando arrivarono gli arabi (827) molti monasteri sopravvissero con difficoltà, altri scomparvero.

Oltre ai monaci riuniti in piccole comunità monastiche, esistevano in Sicilia monaci di rito greco solitari, erranti e taumaturghi, che a quel tempo vivevano in spelonche e grotte ai limiti della resistenza umana: uno di loro fu Nicolò Politi, oggi patrono di Adrano e di Alcara Li Fusi.

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