Io non sono degno

Io non sono degno

Commento di Fra Marcello Buscemi e suor Cristiana Scandura

San Giovanni Crisostomo 

Letture: 1Tm 2,1-8; Sal 27; Lc 7,1-10

Riflessione biblica

“Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; … ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito” (Lc 7,1-10). Ecco un uomo di fede: il Vangelo ce lo propone come esempio di comportamento del nostro essere e vivere da uomini e donne di fede. Anzi, è Gesù stesso che ce lo indica a modello: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!” (Lc 7,9). E la fede del centurione ha dei tratti di comportamento, molto utili per vivere la nostra esperienza di fede: umiltà profonda, fiducia totale, abbandono confidente. L’umiltà di questo pagano si manifesta come rispetto delicato verso il suo servo che è in fin di vita, come rispetto verso Gesù: non si sente degno di presentarsi personalmente dinanzi a lui, ma cerca intermediari più degni di lui per ottenere la guarigione del proprio servo; le sue parole sono così incisive e profonde che ogni cristiano li ripete al momento di ricevere l’Eucaristia: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ una parola ed io sarò salvato”. La sua umiltà è riconoscimento del potere salvifico di Gesù, premura per il suo servo malato e rispetto per la sua dignità di uomo. Aveva compreso il senso profondo dell’essere credente: sentirsi amati da Dio e rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità (Col 3,12). Fiducia totale in Gesù: basta una sua parola per ottenere la guarigione; la sua parola divina opera ciò che comanda. È l’insegnamento di Gesù: “Se avrete fede pari a un granello di senape, nulla vi sarà impossibile” (Mt 17,20). Prendiamo esempio e “accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno” (Ebr 4,16). Abbandono confidente: è complementare alla fiducia, ma esprime una sfumatura di totale dipendenza da Gesù e dal suo gesto misericordioso a favore del suo servo. Nell’abbandono confidente trovò la guarigione del suo servo e la propria salvezza.

Lettura esistenziale

“Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!” (Lc 7, 9). Nel cuore del centurione che merita questo elogio da parte di Gesù brillano tre stelle: la fede, la speranza e la carità. Lo si evince dai sentimenti di compassione che ha nei confronti del suo servo, di cui si prende amorevole cura e dalla fiducia e speranza con cui manda alcuni anziani a pregare Gesù di guarirlo.

Il Vangelo ci dice che Gesù rimane ammirato dalla fede di quest’uomo pagano. È proprio vero che “il vento (dello Spirito Santo) soffia dove vuole” (cfr Gv 3, 8).

I Padri della Chiesa, la cui dottrina è stata ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II, affermano che i semi del Verbo sono presenti ovunque. Dio ha creato ogni essere umano a Sua immagine e somiglianza, per cui l’uomo porta Dio impresso nel proprio cuore, quindi non gli è difficile scoprirne le orme, se vive in modo retto e semplice, assecondando i dettami della coscienza. Succede spesso che la Parola di Dio, trovi un terreno più fertile e più aperto all’accoglienza, nel cuore di chi non ci aspettiamo, e viceversa, succede che a tanti cristiani la Parola di Dio scivoli addosso senza produrre alcun frutto perché il cuore non è aperto ad accoglierla con semplicità.

Quando Francesco d’Assisi, ma ovviamente anche tutti gli altri santi, ascoltava la Parola di Dio, non frapponeva alcun indugio nel metterla in pratica, ma con cuore lieto diceva: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!” (FF 356).

Possa essere questo anche il nostro atteggiamento interiore e la nostra risposta ogni volta che ascoltiamo la Parola di Dio.

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