Uscì a seminare

Uscì a seminare

Commento di Fra Marcello Buscemi e Suor Cristiana Scandura

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario

Lettura:  1Tm 6,13-16; Sal 99; Lc 8,4-15

Riflessione biblica

“Il seminatore uscì a seminare il suo seme” (Lc 8,4-15). È un racconto semplice, ispirato ai costumi agricoli del popolo palestinese del tempo di Gesù, svolto in tre momenti: il racconto, la riflessione sapienziale, la spiegazione applicativa alla comunità credente. Il racconto: un contadino esce a seminare e la sua semente cade in diversi tipi di terreni: la strada, la pietra, in mezzo ai rovi, sul terreno buono. Fa meraviglia che il contadino possa seminare “lungo la strada”: sono viottoli che delimitavano il campo dei contadini, esposti ad essere calpestati da chiunque passava per essi; o faccia cadere il seme “sulla pietra”: rocce sporgenti dal terreno che il contadino non aveva potuto togliere dal suo campo; o “in mezzo ai rovi”: si trovavano ai margini di ogni campo per delimitare la proprietà; “sul terreno buono”: la parte migliore del campo del contadino. In altre parole, la sorte di crescita del “seme” dipende dal terreno. Per questo, siamo invitati a discernere con attenzione il senso della parabola: la parola di Dio esige disposizione d’animo ad accogliere “il seme di Dio” e uno sforzo personale per non divenire strada, pietra, terreno pieno di rovi, ma essere terreno buono che produce il “cento per cento”: “sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza” (Lc 8,15). Il seminatore è Dio e la sua parola produce il frutto sperato: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55, 10-11). Ed egli ha inviato Gesù, sua Parola vivente e salvifica: “La parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Egli è quel piccolo “chicco di grano, che morendo per noi, produce molto frutto” (Gv 12,24). Tocca a noi accoglierlo come terreno buono, per produrre molto frutto nella perseveranza: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Anzi, “a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12).

Lettura esistenziale

“Se Dio ha una mania è quella di sperare nell’uomo” (Ermes Ronchi). Non si stanca il Signore di avere fiducia in noi e di seminare la Sua Parola, sperando che il nostro cuore, prima o poi, l’accoglierà con le dovute disposizioni perché produca frutto. Nel cuore di ogni uomo è presente un seme di vita buona, talvolta seppellito o soffocato dalla zizzania, anch’essa presente e difficile da estirpare. Su questo seme di vita buona Dio scommette e anche noi dobbiamo scommettere: possiamo, con la grazia di Dio, farci santi. Dio lo vuole ed è dalla nostra parte.

“Non c’è che un’unica tristezza – esclamava Léon Bloy – quella di non essere santi”. La santità è il progetto che il Signore ha su di noi. Essa consiste nel conformarci a Dio, nel raggiungere cioè la perfezione del Suo Amore che è rivolto a tutti, buoni e cattivi, amici e nemici, senza escludere nessuno e che è così grande da giungere al dono della vita. La vita è nelle nostre mani e, con la grazia di Dio, possiamo farne un capolavoro stupendo se vogliamo, partendo dalle piccole cose, quelle a portata di mano, non sciupando cioè le umili occasioni quotidiane che ci si presentano e che ci vengono offerte per santificarci.

Perché non incominciamo subito?

 

(Foto: Mapio- campagne di Cesarò) 

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