I peccatori amati

I peccatori amati

Commento di Fra Marcello Buscemi e Suor Cristiana Scandura

Sabato della I settimana del Tempo Ordinario

Letture: 1Sam 9,1-4.10.17-19; 10,1; Sal 20; Mc 2,13-17

Riflessione biblica

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,13-17). Li sentiamo per noi queste parole e ci danno coraggio nel seguire Gesù: è lui che usa misericordia e ci rende santi. Non è messaggio astratto, ma soffio di vita che rigenera e rinnova la nostra povera umanità. L’ha esperimentato “Levi, figlio di Alfeo” (o Matteo, seguendo Mt 9,9 e 10,3), e fu festa: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). E non solo Levi, ma anche “molti pubblicani e peccatori stavano a tavola con Gesù”: il banchetto è gioia, condivisione e soprattutto comunione con Gesù. Si avverava la parola di misericordia di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi (farisei e giusti) passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto” (Mt 21,31-32). Tutto ciò deve farci riflettere in quanto può avere una duplice applicazione. Nel cammino spirituale, dobbiamo coltivare la nostra comunione con Gesù, perché solo la sua misericordia ci rende giusti e santi: la santità “non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che ha misericordia” (Rom 9,16). Abbiamo bisogno della sua presenza: “Non siamo più stranieri né ospiti, ma siamo concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore per mezzo dello Spirito” (Ef 2,19-22). Saldi in questa fede, accogliamo tutti con la stessa misericordia di Gesù: egli incontrava l’uomo, forse segnato dalla povertà, dalla malattia, dal peccato, ma sempre uomo, bisognoso di cura e di comprensione. Per questo ci invita a imparare la misericordia verso tutti: “Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13).

Lettura esistenziale

“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). E chi ha il coraggio e l’ardire di considerarsi sano o giusto davanti a Lui? Il Signore ci doni la Sua luce per riconoscere le nostre piaghe, la nostra lebbra, le ferite che ci bruciano e che hanno bisogno della Sua Grazia, del Suo Amore e della Sua Misericordia per guarire. Perché il malato guarisca è indispensabile che prima di tutto riconosca di non essere sano e di avere bisogno del medico e delle cure adatte al suo caso. È così grande il desiderio di guarire, in chi è malato, che egli è disposto ad accettare qualsiasi cura, anche se questa gli comporta delle severe rinunce, pur di riacquistare la salute desiderata.

Sul piano spirituale è la medesima cosa. Sintomi che non stiamo bene sono, per esempio: la tristezza, l’ira, il nervosismo, la disperazione, ecc… Come dei campanelli d’allarme dovrebbero spingerci a cercare il Medico celeste prima che il male si diffonda sempre più e divenga più forte e più difficile da estirpare. La miglior cura in questi casi è il ricorso alla Confessione sacramentale. Gli effetti della Confessione in noi sono i seguenti: il perdono dei peccati e quindi la riconciliazione con Dio e con la Chiesa; il ritorno allo stato di grazia; la cancellazione della pena di condanna all’inferno meritata per i peccati gravi; la pace della coscienza; la serenità dello spirito e il rafforzamento interiore di fronte alle vicende della vita, soprattutto contro il male.

Anche se avessimo commesso i peccati più gravi possiamo diventare santi se ci pentiamo, confessiamo la nostra miseria e accogliamo con fiducia la misericordia di Dio. I peccati non confessati invece sono come un tarlo che ci consuma.

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