Scatto alla risposta

Scatto alla risposta

di Nicola Antonazzo – Tra le incombenze della prima ora scolastica, ultimato l’appello e registrate le giustificazioni, nasce lo sfiancante rito della caccia al cellulare. Ordinanze e circolari proibiscono, più o meno tassativamente, il suo uso in ogni classe. Così il quarto d’ora successivo all’appello diventa un déjà-vu giornaliero di richiami, minacce, compromessi, suppliche e pianti affinché i ragazzi facciano sparire dal banco (o semplicemente dalla vista dei prof) i loro dispositivi. Matteo, questa volta resiste e sembra proprio non volerlo mettere via. Strano; di solito è il primo e non si fa pregare. Non lo fa con sguardo di sfida, anzi, si legge chiaramente, tra il ciuffo a visiera che nasconde la fronte  e gli occhiali che fanno fatica a non scivolare dal naso, che quella mattina sarà difficile separarli. L’arcano mistero si svela dopo un po’: il nonno di Matteo è in ospedale, deve subire un intervento delicato. Il cellulare è l’unica prolunga della sua mano che vorrebbe stringere quella del nonno. Non può farlo e allora sta lì con il dito che snerva l’applicazione per ricevere messaggi. Scene come questa raccontano il rapporto simbiotico che unisce i ragazzi al loro cellulare. Non più uno strumento da usare ma un prolungamento stesso della loro esistenza. Lo stesso telefonino tornato alla ribalta della cronaca da quando, in alcune scuole, si è deciso di sperimentare una didattica nuova chiedendo ad alunni e docenti di riporlo in un cassetto chiuso per riprenderlo a fine giornata. Il dibattito si è acceso come sempre sulla polarizzazione tra i pro e i contro, su chi ritiene necessario proibire e chi tifa per il lasciar correre.

Il problema di fondo, la domanda che fa la differenza rimane, invece, senza risposta e i tifosi rimangono schierati sugli spalti accontentandosi dello zero-a-zero. Finché il problema rimarrà nell’angusto spazio del proibizionismo difficilmente si uscirà dal gorgo della questione che rimane essenzialmente educativa. A cosa vogliamo educare? In  quale esperienza di relazione vogliamo accompagnarli? Dopo due anni in cui la relazione scolastica è stata mediata quasi esclusivamente da un monitor, siamo proprio sicuri che abbandonare i nostri ragazzi e le nostre ragazze all’uso indiscriminato dello smartphone sia la strategia educativa più giusta? Ad ogni educatore, genitore o insegnante, è richiesto uno scatto di coraggio, abbandonando le facili e confortevoli strade della ricerca del consenso e imboccando quelle più tortuose del tempo dell’ascolto e della risposta. Una risposta chiara, una risposta che non serve a riempire la pancia ma a svuotare lo zaino della loro vita da ciò che è superfluo e che appesantisce il cammino.  L’educazione è togliere più che aggiungere, non è dare tutto senza criterio, ma far scoprire un criterio per cogliere il tutto. Vagliate tutto, trattenete ciò che vale scriveva Paolo di Tarso ai cristiani di Tessalonica. Ecco lo scatto, ecco la risposta: quella che sta nel desiderio e nella scoperta dei volti di cui i ragazzi si privano perché immersi nei pixel di uno schermo esaurendo il tempo della chiamata.

P.S. Il nonno di Matteo sta bene. L’operazione è riuscita. Adesso c’è la ricreazione, è il tempo  di rimettere il cellulare in tasca perché in cortile c’è Giada che lo aspetta. Basta questo per  scattare fuori dalla porta.

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