San Fratello. Discorso di ringraziamento del nuovo Parroco Don Ciro Versaci

San Fratello. Discorso di ringraziamento del nuovo Parroco Don Ciro Versaci

Domenica scorsa alla presenza del Vescovo di Patti Mons. Guglielmo Giombanco, Don Ciro Versaci ha iniziato il ministero pastorale come Parroco di San Fratello.

Di seguito il testo integrale del suo ringraziamento.

l’Arciprete Padre Vito Ragusa

Giunti al termine di questa solenne celebrazione, mi sia permesso consegnare nelle mani di Vostra Eccellenza e nel cuore dei presenti alcune considerazioni di gratitudine e di impegno. Sono un atto di obbedienza al Signore, che attraverso il ministero del Vescovo, mi pone in questo servizio, di cui devo rendere conto a Dio e alla Chiesa, e anche un orizzonte pastorale per orientare i miei passi secondo la volontà divina. Traggo queste considerazioni dallo santo scrigno delle Scritture e della Tradizione della Chiesae le condivido con voi perché mi aiutiate a seguirle, casomai pigrizia, stanchezza, insuccessi, mi portino nel tempo alla dimenticanza. Così, col vostro aiuto, sarò riportato sulla strada maestra del Vangelo. La prima luce la colgo dalle parole di Mosè, che in Dt 6,10-12 proclama: Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà fatto entrare nella terra […] con città grandi e belle che tu non hai edificato, case piene di ogni bene che tu non hai riempito, cisterne scavate ma non da te, vigne e oliveti che tu non hai piantato […], guàrdati dal dimenticare il Signore. Alle soglie del mirabile passaggio, il grande condottiero ricorda a Israele la via della umiltà. Anch’io entro in questa terra santa e riconosco di non inaugurare un cammino ecclesiale, ma di inserirmi in un percorso di santità nel quale altri, prima e meglio di me, hanno seminato il Vangelo: Don Salvatore Di Piazza che ha lavorato per più di un trentennio in questo campo ecclesiale, e i suoi predecessori, Don Vito Ragusa, ultimo parroco deceduto, che ho il dovere di ricordare con affetto e riconoscenza, e quanti, sacerdoti, educatori, operatori pastorali di ogni tempo, hanno usato la fatica gloriosa di stabilire nelle anime il Regno di Dio. Entro in questo campo benedetto, togliendomi i sandali, cioè con grande rispetto e timore, ed anche con la gioia di sapermi accolto da fratelli e sorelle che amano il Signore e la sua Chiesa. Confesso certamente oggi che ciò che non era nei miei piani, era nei piani di Dio. Assumo, pertanto, come regola evangelica, indispensabile in un compito del genere, di sempre considerarmi indegno e incapace di compiere il lavoro affidatomi. Così vorrò servire il Signore e il suo popolo nella pace e con la gioia. Colgo dalle recenti espressioni del Santo Padre, che ha commemorato l’apertura del Concilio, l’orizzonte del servizio pastorale cui desidero consacrare le mie forze; e riconosco che la Chiesa va guardata prima di tutto con gli occhi innamorati di Dio; il pastore vive con il gregge, nutre le pecore, si affeziona a loro… è davanti al popolo per segnare la strada, in mezzo come uno di loro, e dietro per essere vicino a coloro che vanno in ritardo. Al servizio di questa Chiesa, sull’esempio di Maria, anch’io, quindi, oso balbettare il mio sì, proferito al Santuario del Tindari il 3 luglio del 1995, e che ripeto in quest’ora solenne, perché il Signore estenda il suo Regno e pianti sempre più saldamente la sua tenda in questa terra benedetta di San Fratello. La seconda luce la attingo dalla densità di senso custodita nel nome di questo luogo: Città di San Filadelfio o dei Santi Fratelli. Il nome Filadelfio, com’è noto, specifica la regola di vita di colui che ama suo fratello, di chi ama l’altro come un fratello. Nell’etimo della nostra cittadina è custodita la vocazione alla fraternità, il destino della concordia. I Martiri Fratelli tracciano in questo luogo il paradigma di un ordito di amore, al di fuori del quale, non si può essere né sanfratellani né cristiani. È questa per me una forte sollecitazione a servire una Chiesa, come afferma il Santo Padre, che sia pazza di amore per il suo Signore e per tutti gli uomini, da Lui amati; una Chiesa innamorata di Gesù diventa monito struggente a vivere come Lui; una tale Chiesa non ha tempo per scontri, veleni e polemiche.

Foto di Christian Perrone

Il rischio di darsi da fare per scegliere una parte nella Chiesa costituisce una vera lacerazione del cuore della Madre da cui siamo stati generati alla fede. Quante volte si è preferito essere sostenitori di un proprio gruppo, anziché servi di tutti, difensori dei propri privilegi, piuttosto che discepoli di Gesù, figli umili e grati della santa Madre Chiesa. Questa vocazione alla fraternità mi spinge a coltivare uno sguardo purificato, a stare in seno a questo corpo di fratelli e sorelle, non al di sopra ma come servitore del più grande Regno di Dio. E di chiamare tutti a diventare sempre più ciò che siamo per vocazione, ciò che portiamo nel nostro nome, a spegnere ogni tendenza alla frammentazione e alla discordia e a preferire mille volte morire piuttosto che lacerare la comunione fraterna, per la quale il Signore immolò la sua vita e i nostri Patroni hanno consacrato la loro giovinezza. Una terza polarità, che assumo come orientamento di vita, emerge dall’esempio dolcissimo del nostro più illustre concittadino. Ella sa, Eccellenza, che da più di dieci secoli la singolare cultura di questo popolo, del quale spicca l’idioma straordinario e inconfondibile, si è tuffata entro le sante sponde del cristianesimo e ha prodotto tanti doni di grazia, conosciuti o meno noti; il frutto più eloquente di questo intreccio, in questo luogo, è senza dubbio, San Benedetto da San Fratello. Quest’uomo innamorato di Cristo, senza lettere né teologia, ha illuminato la Chiesa mediante la cultura dei semplici ed ha fecondato questa terra con lo stile del Vangelo. Dal suo l’esempio colgo l’indizio di una paternità spirituale che mi ispira l’urgenza di una familiarità quotidiana col mistero di Dio e della vita dei fratelli. Si narra, infatti, che durante il suo servizio di direzione della comunità francescana di Palermo, senza che alcuno lo prevenisse, seppe cogliere il disagio nascosto di alcuni suoi fratelli che pensavano di aver perso la vocazione, di essere smarriti e di dover fuggire a tutti i costi dal convento. Benedetto di notte li prevenne, li raggiunse, li incoraggiò, li ricondusse alla comunità, senza strepito né denunce. Intercettò il loro disagio e li reintegrò in un abbraccio di vita e di consolazione. Non ebbe bisogno di confidenze o pettegolezzi, ma li andò a cavare dalle tenebre del loro smarrimento e li portò alla luce della fede. Come Benedetto, sento che questa è la chiamata che il Signore rivolge al parroco, al sacerdote, a ogni genitore ed educatore, ad ogni membro della comunità: servire il bene di tutti, perché tutti siamo figli di Dio, fratelli nella Chiesa. Recuperare, dialogare, riaccogliere, seminare nei solchi delle strade trascurate, nei territori esistenziali ove non splende più la grazia di Cristo, imparare a intercettare i bisogni, le fatiche, le nuove povertà, l’indifferenza di alcuni, prima ancora che emergano, è la grazia che chiedo al Signore per l’intercessione del nostro Concittadino. Tutti, tutti siamo figli di Dio, tutti Chiesa, tutti abbiamo il dovere e il diritto di essere ricollocati al nostro giusto posto e introdotti al servizio dell’unico Vangelo.

Il Signore ci vuole così: noi siamo le sue pecore, il suo gregge, e lo siamo solo insieme, uniti, senza fughe, notturne e diurne, profondamente voluti bene e cercati, intercettati lungo i sentieri di questo mondo frammentato e irrequieto. San Benedetto ci invita a seguire il Vangelo e a superare le polarizzazioni, per custodire la comunione, così possiamo diventare sempre più una cosa sola, come Gesù ha implorato prima di dare la vita per noi (cf. Gv 17,21). Vorrei concludere queste mie considerazioni inaugurali con la benedizione proferita a Gerusalemme al tempo di Neemia e di Esdra, che si accingevano, dopo il disastro dell’esilio, a ricostruire la nazione e il tempio: la gioia del Signore è la nostra forza (Ne 8,10). Nessun’altra comunità come quella di San Fratello ha conosciuto in meno di cento anni due enormi disastri ambientali, che hanno provocato ulteriori scivolamenti morali e sociali che perdurano tutt’oggi. Ma nessun’altra comunità cittadina ed ecclesiale è riuscita a far fronte, come questa popolazione, alle immani difficoltà, affrontandole con onesta determinazione, audace dignità e spirito di sacrificio. Per questo imploro dal Signore in quest’ora solenne la grazia di poter essere causa di gioia per i fratelli e le sorelle che il Signore si degnerà di porre sul mio cammino. Come Neemia benedisse il Signore prima di vedere i frutti compiuti delle sue iniziative, anche noi vogliamo fin d’ora benedire la divina Provvidenza, certi che la sua grazia consentirà quella ricostruzione fisica, morale, spirituale che tutti attendiamo, soprattutto in ordine al complesso parrocchiale di San Nicolò e della messa in sicurezza dell’area parrocchiale della Madonna delle Grazie, e che sorga presto un’alba nuova per la nostra Città, così da allargare in tutta sicurezza gli spazi del nostro cuore, illuminare i nostri quartieri, irradiare di grazia le nostre famiglie, consolare teneramente i nostri malati, educare virtuosamente i nostri giovani e fare del Vangelo e della scelta per Cristo la svolta della nostra vita.

Foto di Christian Perrone

Concludo con una parola di profonda gratitudine a vostra Eccellenza, per la fiducia che mi ha accordato chiamandomi a questo servizio e per aver voluto presiedere questa Eucaristia domenicale per noi, a don Salvatore Di Piazza, a don Cono Gorgone, al Vicario Generale, al Vicario foraneo, al Rettore del Seminario e all’equipe formativa, ai Sacerdoti del Santuario di Tindari, ai cari Confratelli di San Fratello e agli altri Confratelli amici, agli alunni del Seminario Vescovile, alle Religiose dell’Usmi, alla delegazione dei Cavalieri dell’Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme, al Signor Sindaco per la sua presenza e le sue espressioni colme di affabile amicizia, alle Autorità cittadine civili e militari, alle associazioni di San Fratello, a quelle delle tre Parrocchie, agli amici venuti dalla Facoltà di Palermo, ai tanti Sanfratellani nel mondo che ci seguono attraverso la diretta internet, soprattutto gli ammalati, agli amici amatissimi di Gioiosa Marea, guidati dal caro parroco don Antonio Sambataro, agli amici di Troina e alle Volontarie dell’Oasi, con don Silvio Rotondo, agli altri amici venuti dalle vicine comunità, a quanti hanno predisposto questa celebrazione, soprattutto don Cono, i giovani del coro, i gruppi della liturgia e della pulizia, al corpo bandistico San Benedetto il moro, e a ognuno di voi, fratelli e sorelle, che da oggi a titolo speciale diventate la mia famiglia e nella cui intimità spirituale accedo con rispetto, passione e devozione. Il Signore ricompensParrocchia santissimai la vostra amabilità, benedica la vostra presenza e la vostra amicizia e illumini sempre i passi di tutti noi sulla via della pace. Con voi e per voi voglio pronunziare questa preghiera di affidamento semplice e cordiale, perché mi sia di sprone e di forza per il compito che la Chiesa mi affida: o Gesù, mio dolcissimo amico, fratello, compagno, è con te che io cercherò di trascinarmi tutti gli uomini che incontrerò, di trascinarmeli con te, Signore, perché il nulla non abbia nessun possesso a nostro carico.

Sac. Cirino Versaci

 

 

 

 

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