Scuola. Per chi suona la campana

Scuola. Per chi suona la campana

di Nicola Antonazzo – Una delle figure più importanti legate ai ricordi della scuola è quella del bidello o della bidella. Nell’immaginario collettivo di molti di noi rappresenta un poliedro di rappresentazioni e immagini che hanno accompagnato gli anni della nostra fanciullezza e adolescenza. Si va dalla figura materna delle elementari a quella più burbera delle scuole medie, passando per personificazioni dell’amicizia o del suo opposto. Impegnati ora nella vigilanza dei corridoi, ora nella pulizia delle aule, per tutti hanno sempre rappresentato, e ancora oggi rappresentano, una via di fuga dalla relazione subordinata che si ha con i docenti. Tutti, in fin dei conti, custodiamo nella nostra mente l’immagine di quell’uomo o quella donna con un camice blu, il cui affacciarsi sulla porta dell’aula poteva rappresentare un messaggio di salvezza o un presagio di sventura. Tutti li abbiamo invocati nella speranza che, presi da un moto di compassione, suonassero prima del tempo la campanella ponendo fine alle lezioni o scongiurando un’interrogazione dell’ultimo minuto. Queste immagini, però, appartengono quasi esclusivamente al bagaglio di ricordi della scuola occidentale. In estremo oriente è una realtà pressoché inesistente. Il contributo del personale ausiliario, così fondamentale per il buon funzionamento di una scuola, è totalmente rimpiazzato dal lavoro degli studenti. Sin dai primi anni della scuola elementare i bambini vengono accompagnati nell’esperienza educativa del prendersi cura degli ambienti comuni: pulizia delle classi, di aiuole e bagni sono tutte attività che, in modo pacifico, i bambini imparano a svolgere a favore della loro scuola (e quindi di se stessi) sin dai primissimi giorni. Si innesta così un meccanismo che rende l’abitudine una virtù. Lo stesso ambiente equivalente alla mensa scolastica vede protagonisti i più giovani nel servizio ai propri compagni, in un contesto in cui nulla viene gettato via ma restituito.

Ed è alla base di questa pratica che c’è proprio l’idea della restituzione come ringraziamento nei confronti dell’istituzione scolastica. Non un’attività nell’ottica della punizione/riparazione per aver arrecato un danno alle strutture o alle persone, ma una vera e propria manifestazione del proprio senso di appartenenza e di dovere cooperativo. Un lavoro di squadra che ha come unico scopo quello di rendere bello, funzionante e vivibile il luogo dove loro stessi passano gran parte della loro giornata. Ed è proprio questo impianto a generare un secondo beneficio legato allo sviluppo di una competenza che da questa parte del mondo consideriamo innata nei giapponesi, ma che a ben guardare è solo il frutto di una sana pratica educativa: il lavoro di squadra. Nelle attività di mantenimento della pulizia della scuola così come in quelle di servizio ai propri compagni, gli studenti sono chiamati a rispettare i tempi e le capacità di chi lavora accanto a loro. Una pratica lontana dal senso di umiliazione ma vicina alla convinzione che prima dei gesti di riparazione è necessaria una cultura della cura e della responsabilità.

Cosa ne sarebbe in Italia di tutto questo? Immaginiamo già cortei di genitori che scendono in piazza imbufaliti per lo sfregio sociale nei confronti dei propri figli destinati solo a impugnare bisturi chirurgici o  tomi del codice civile. Gruppi whatsapp di mamme in preda a crisi di nervi al solo pensiero che i propri figli e figlie abbiamo potuto indossare un grembiule e/o imbracciare una scopa e addirittura, “signoremisericordia”, ripulito la propria aula svolgendo un’attività al di sopra e al di fuori delle proprie competenze adolescenziali. Non mancherebbero i sindacalisti di turno pronti a denunciare lo stravolgimento delle legittime istanze sociali causate dal mancato riconoscimento del contributo degli operatori scolastici e del rischio di declassamento delle loro funzioni contrattuali. Insomma, in barba ad ogni spirito di cooperazione e calpestando ogni tentativo di rimodellare il sistema educativo, avrebbe la meglio la convinzione che i nostri ambienti scolastici debbano conservare la loro fisionomia cinematografica dove gli alunni sono solo spettatori.  Lasciare inalterato un luogo dove ogni ragazzo è chiamato ad assistere impotente ad uno spettacolo che di educativo ha solo la parvenza senza dover/poter muovere un solo muscolo per rigenerare il proprio ambiente scolastico.  Ci sarà un motivo se la cultura orientale continua ad affascinare e a occupare sempre più posizioni di rilievo, non solo economico, nelle rappresentazioni sociali di mezzo mondo? Intanto, già a metà mattinata, il cestino di classe si è riempito e l’assetto dei banchi sembra uscito da un disegno di Escher. Solo grazie all’instancabile signor Gino, a fine giornata, lo troveremo vuoto e la classe risplenderà come nuova pronta ad accogliere come una casa. E, per favore, suoni presto la campana.

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