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Comunione agli ammalati, se sono loro ad aiutarci (2 parte)

Siamo noi ad aiutare loro o sono loro ad aiutare noi? Il “noi” è riferito ai ministri straordinari della santa comunione: donne e uomini che nelle nostre parrocchie, portando l’Eucarestia a casa di anziani e ammalati, incarnano il volto di una Chiesa vicina ai propri figli più deboli. “Loro” sono i “destinatari” di questo servizio, persone avanti con l’età o sofferenti nel fisico che non riescono più a partecipare alla santa Messa e per questo hanno bisogno di qualcuno che consenta loro di ricevere il corpo di Cristo. Nella seconda tappa del viaggio che facciamo alla scoperta del ministero straordinario della santa comunione  grazie a Portadiservizio.it , vogliamo volgere lo sguardo su quelli che potremmo definire gli “utenti finali” di questo servizio.

Essere ministri straordinari non è semplice

Chi scrive lo svolge da circa otto anni e ha potuto imparare, per esperienza diretta, che (come spesso capita quando si esercita la carità) è più quello che si riceve di quello che si offre. Diciamolo subito: fare il ministro straordinario non è una cosa facile. Anzitutto è un impegno costante che non conosce pause, perché d’estate la fede non va in vacanza; potrà sembrare banale ma coniugare gli impegni lavorativi, familiari e anche ecclesiali con un servizio che si svolge (o si dovrebbe svolgere) di sabato o domenica e nelle solennità, senza soste, è meno semplice di quanto possa sembrare.

Un legame fondato nella carità

C’è poi un aspetto emotivo che non è secondario. Conoscere queste persone e frequentarle per anni porta ad affezionarsi a loro, a considerarle quasi di famiglia, a preoccuparsi, a chiamarle per sapere come stanno e, quando arriva il momento della morte, il dolore del distacco non è diverso da quello che si prova per una persona cara. Alcuni sono lucidi di mente, allegri, spiritosi e semplicemente un po’ avanti con l’età; altri stanno decisamente peggio. C’è chi è prossimo all’incontro con il Padre, chi soffre di malattie degenerative come il Parkinson, l’Alzheimer o la Sla, chi è caduto in depressione, chi soffre di menomazioni gravi che lo fiaccano nel corpo e nell’animo, chi ha scoperto un terribile male, chi si sente abbandonato. Prendersi cura di loro, talvolta, significa prendersi cura anche di chi sta loro accanto: la moglie, il marito, i figli che condividono con i propri cari situazioni di sofferenza. Andare a trovarli per un momento di preghiera, a volte, significa far coraggio a loro o ai familiari, provare a dire una parola di conforto anche quando la situazione sembra disperata, rispondere alle domande più difficili: “Perché a me? Perché Dio permette che io soffra?”.

Dio ribalta i nostri schemi

Dio però non ci lascia mai soli e, perfino nelle situazioni più difficili, è capace di ribaltare i nostri schemi e offrirci una visuale diversa. A prima vista, sono i ministri straordinari a svolgere un servizio a chi soffre; a conti fatti, sono questi ultimi a darci spesso grandi testimonianze di fede. Capita con quell’anziana che, superati i 90 anni, ci spiega di passare le sue giornate offrendo le sue sofferenze per il mondo intero nella preghiera incessante; con quella moglie che per anni, ogni giorno, si prende cura del marito con un amore talmente puro da darle la forza di accudirlo nonostante la stanchezza; con quel marito che ogni giorno si “ripresenta” a una compagna di vita che non lo riconosce più. Ogni incontro si trasforma in una festa: il caffè, la caramella, un cioccolatino che è più dolce di una carezza, quattro chiacchiere scambiate con chi non esce più da casa ma non ha perso il gusto della vita.

E allora tutto cambia, tutto si trasforma. I nostri problemi, per quanto possano apparire grandi e insostenibili, diventano improvvisamente leggeri; varcato l’uscio, ci si sente quasi in colpa per essersi lasciati scoraggiare da eventi che, paragonati alle difficoltà altrui, d’improvviso sembrano ridimensionati. È forse questo il dono più grande che si riceve: la capacità di relativizzare, di dare a ogni cosa (anche la più brutta) il giusto peso per evitare che ci schiacci, di credere in un Dio che è amore perché quell’amore lo abbiamo toccato con mano.

(fonte portadiservizio.it – Roberto Immesi)

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Comunione agli ammalati un ministero da riscoprire

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