• 17 Ottobre 2026 10:36

ilSycomoro

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Diocesi di Messina. Ammissione candidati Ordine sacro e conferimento Accolitato

Ci sono annunci che comunicano una data, un luogo, un appuntamento. E ce ne sono altri che, se osservati con gli occhi della fede, raccontano molto di più: raccontano storie di uomini, cammini di discernimento, famiglie coinvolte, comunità che accompagnano e una Chiesa che continua a chiamare al servizio.

L’annuncio della celebrazione che si terrà sabato 19 settembre 2026, alle ore 18.00, nella Basilica Cattedrale di Messina, appartiene certamente a questi ultimi. Basta fermarsi qualche istante davanti all’immagine scelta per accompagnare questo importante momento ecclesiale. Da una parte i nomi. Dall’altra Gesù. Attorno a Lui la folla. E, poco distanti, delle ceste colme di pane. Sembra quasi che tutto cominci da lì. Da quelle ceste. Da quel pane. Da una domanda che attraversa ancora oggi la Chiesa: «Che cosa sei disposto a consegnare al Signore perché possa diventare dono per gli altri?»

Dietro ogni nome c’è una storia

Durante la celebrazione, Mons. Giovanni Accolla, Arcivescovo Metropolita e Archimandrita del SS. Salvatore, ammetterà tra i candidati all’Ordine sacro l’aspirante al diaconato permanente Alessandro D’Angelo, della Parrocchia Sant’Elena di Messina. Nella stessa celebrazione conferirà il Ministero dell’Accolitato ai candidati al diaconato permanente Gaspare Bertino, Giuseppe Maria La Rocca, Alessandro Morabito e Alessandro Riganò, e all’aspirante ai Ministeri istituiti Pasquale Costa. Sono nomi scritti su un annuncio. Ma per la Chiesa non sono semplicemente nomi. Sono persone chiamate per nome.

Dietro ciascuno di loro c’è una storia che soltanto Dio conosce fino in fondo. C’è probabilmente un giorno nel quale una domanda ha cominciato a farsi strada nel cuore: «Signore, vuoi qualcosa di più dalla mia vita?»

Poi il discernimento. La preghiera. Gli incontri. La formazione. Il confronto con la famiglia. Le esitazioni. Forse anche qualche paura. E, lentamente, un’intuizione che diventa disponibilità: «Eccomi.» È così che cominciano molte vocazioni. Non con il rumore. Ma nel silenzio.

Una Chiesa che chiama al servizio

L’ammissione tra i candidati all’Ordine sacro rappresenta un passaggio significativo nel cammino verso il diaconato. Non è ancora l’ordinazione. È però il momento nel quale una disponibilità personale viene pubblicamente riconosciuta dalla Chiesa.

L’uomo dice: «Desidero continuare questo cammino.» E la Chiesa risponde: «Continua. Noi cammineremo con te.» È qualcosa di profondamente bello. Perché nessuno diventa diacono da solo. La vocazione nasce nel cuore di una persona, ma viene accolta, discernita e accompagnata dentro una comunità. E questo ci ricorda una verità fondamentale: il ministero non è proprietà di chi lo riceve. È un dono affidato per il bene degli altri.

Gesù lo aveva detto con parole inequivocabili: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Qui troviamo il cuore del diaconato. Non il primo posto. Non il prestigio. Non la visibilità. Il servizio.

Accanto all’altare per imparare a spezzarsi

Particolarmente significativo è anche il conferimento del Ministero dell’Accolitato. L’accolito viene posto in una relazione particolare con il servizio dell’altare e dell’Eucaristia. Ma proprio qui bisogna andare oltre ciò che gli occhi vedono. Avvicinarsi all’altare non significa semplicemente imparare a svolgere meglio una funzione liturgica. Significa entrare progressivamente nella logica di quel Pane. E quel Pane è Cristo che si spezza. Cristo che si dona. Cristo che non trattiene nulla per sé.

Per questo chi cammina verso il diaconato dovrebbe imparare, giorno dopo giorno, una delle lezioni più difficili del Vangelo: non basta portare il Pane; bisogna diventare pane. Pane per chi ha fame di ascolto. Pane per chi soffre. Pane per chi si sente dimenticato. Pane per chi attraversa una crisi familiare. Pane per l’anziano solo. Pane per il giovane che cerca una direzione. Pane persino per chi non entrerà mai nelle nostre chiese. Perché dall’altare bisogna sempre tornare alla vita.

Quelle ceste non sono vuote

Ed ecco che l’immagine scelta per questo annuncio diventa quasi una catechesi. Gesù è davanti alla folla. C’è fame. I discepoli vedono soprattutto la sproporzione: tanta gente e troppo poco pane. È la stessa sensazione che possiamo provare anche noi. I bisogni sono enormi. Le famiglie attraversano difficoltà. Molte persone vivono nella solitudine. Tanti giovani cercano qualcuno che li ascolti. Gli anziani aumentano. Le povertà assumono forme nuove.

Molti hanno fame non soltanto di pane, ma di relazioni autentiche, dignità, speranza, senso, Dio. E noi guardiamo le nostre mani e pensiamo: «Che cosa posso fare io?»

La frase dell’Arcivescovo Giovanni Accolla riportata nell’annuncio offre una risposta bellissima: «Il Signore ci invita a guardare con coraggio e generosità dentro le nostre ceste: e non sono vuote!» No. Le nostre ceste non sono vuote. Forse non contengono molto. Ma qualcosa c’è.

Consegnare il poco

Il miracolo evangelico non comincia quando compare improvvisamente una quantità enorme di pane. Comincia quando qualcuno mette a disposizione quel poco che possiede. Ed è qui che l’immagine del pane incontra profondamente la vocazione diaconale. Chi si prepara al diaconato non porta davanti a Dio una vita perfetta. Porta la propria vita. La propria storia. Il proprio carattere. I propri talenti. Anche i propri limiti. Se sposato, porta con sé l’esperienza della famiglia, le gioie e le fatiche del matrimonio, i figli, il lavoro, le responsabilità quotidiane.

Porta, potremmo dire, la propria cesta. E la mette nelle mani di Cristo. È come se dicesse: «Signore, questo sono io. Non ho altro. Ma ciò che sono te lo consegno.» Ed è allora che Dio può cominciare a moltiplicare.

Il diacono, uomo della soglia

Questa celebrazione ci offre anche l’occasione per riscoprire la bellezza del diaconato permanente. Il diacono non è un “mezzo sacerdote”, né semplicemente qualcuno che aiuta durante la Messa. È un ministro ordinato chiamato a rendere visibile nella Chiesa Cristo servo. Per questo mi piace pensare al diacono come a un uomo della soglia. Ha un piede vicino all’altare e uno rivolto verso la strada.

Proclama il Vangelo, ma deve saper ascoltare anche il vangelo della vita scritto nelle ferite delle persone. Serve il calice, ma deve accorgersi delle mani vuote che incontra fuori dalla chiesa. Può predicare la carità, ma soprattutto deve cercare di viverla. È chiamato ad essere un ponte: tra l’altare e la strada, tra la Parola e la vita, tra la comunità e le periferie, tra chi crede e chi sta ancora cercando.

Non chiamati a occupare un posto

C’è però qualcosa di ancora più profondo. Ogni ministero ecclesiale corre un rischio: dimenticare perché esiste. Il diaconato perde la propria bellezza quando viene interpretato semplicemente come uno spazio da occupare, una funzione da esercitare o una visibilità da ottenere.

Gesù non ha mai detto: «Beati quelli che avranno un posto».Ha detto:«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10,43).E nell’ultima Cena ha compiuto un gesto che dovrebbe rimanere davanti agli occhi di ogni ministro della Chiesa. Si è alzato. Ha deposto le vesti. Ha preso un asciugamano. E si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli per lavare loro i piedi (cfr. Gv 13,1-15).Ecco l’icona più autentica del ministero. Un Dio inginocchiato davanti all’uomo.

Il diacono non viene ordinato per salire. In un certo senso viene ordinato per scendere. Scendere verso l’uomo. Verso le sue ferite. Verso chi non ha voce. Verso chi non conta. Verso chi attende semplicemente qualcuno che si fermi accanto a lui.

Dietro questi uomini, anche le loro famiglie

C’è infine una presenza che non sempre appare negli annunci ufficiali, ma che merita riconoscenza: la famiglia. Nel cammino di molti candidati al diaconato permanente ci sono mogli e figli che condividono, accompagnano e sostengono un discernimento che inevitabilmente entra nella vita della casa. Dietro un uomo che cammina verso l’ordinazione ci sono spesso una moglie che ha ascoltato, pregato, incoraggiato e condiviso; dei figli che hanno imparato a comprendere una scelta; una famiglia che ha dovuto trovare nuovi equilibri. Anche questo appartiene alla bellezza del diaconato permanente.

Il diacono sposato non viene tolto alla famiglia per essere consegnato alla Chiesa. È chiamato a vivere il ministero custodendo la propria vocazione matrimoniale e familiare. E proprio la casa può diventare la prima scuola del servizio.

Il 19 settembre non ascolteremo soltanto dei nomi

Quando, nella Basilica Cattedrale di Messina, saranno pronunciati quei nomi, sarà bello ricordare tutto questo. Non saranno semplicemente uomini che avanzano in un percorso formativo. Saranno storie che continuano. Vocazioni ancora in cammino. Ceste che lentamente vengono aperte. Vite che stanno imparando a consegnarsi. E mentre guardiamo loro, forse dovremmo avere il coraggio di rivolgere la domanda anche a noi stessi.

E nella mia cesta, che cosa c’è? Forse posso ascoltare qualcuno. Forse posso perdonare. Forse posso visitare una persona sola. Forse posso dedicare tempo alla mia comunità. Forse posso smettere di aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa. Forse posso finalmente consegnare al Signore quel dono che tengo nascosto da anni.

Una celebrazione che interpella tutti

Ecco perché il 19 settembre 2026 non sarà soltanto una tappa importante per Alessandro D’Angelo, Gaspare Bertino, Giuseppe Maria La Rocca, Alessandro Morabito, Alessandro Riganò e Pasquale Costa.Può diventare una domanda rivolta all’intera Chiesa diocesana.Gesù è ancora davanti alla folla. La folla ha ancora fame. Le ceste sono ancora lì. E Cristo continua a domandare: «Che cosa avete da offrire?»

Non importa se ci sembra poco. Il Vangelo ci insegna che nelle mani di Dio il poco donato con amore può diventare molto.

Forse è proprio questo il messaggio più bello che emerge dall’annuncio di questa celebrazione: la Chiesa non ha bisogno soltanto di uomini che facciano delle cose. Ha bisogno di uomini e donne che si lascino spezzare come pane. Uomini capaci di servire anche quando nessuno li vede. Capaci di amare senza cercare riconoscimenti. Capaci di stare accanto agli ultimi. Capaci di indicare Cristo senza mettere se stessi al centro. Perché il diaconato permanente, quando viene vissuto nella sua verità più profonda, ricorda a tutta la comunità cristiana qualcosa che non possiamo mai dimenticare: nella Chiesa, essere grandi significa servire.

E forse, davanti a quelle ceste colme di pane, la preghiera più bella per coloro che stanno camminando verso il ministero potrebbe essere semplicemente questa:

«Signore, prendi la loro vita.
Spezzala nel servizio,
moltiplicala nella carità,
donala ai fratelli.
E fa’ che, attraverso loro,
chi ha fame possa incontrare Te.»

diacono Tonino Maiorana