di Don Fortunato Di Noto – A 35 anni dall’ordinazione, una riflessione sulla vita sacerdotale tra vocazione, fragilità, solitudine, servizio, crisi e fedeltà al Vangelo
Il giorno dopo la mia ordinazione sacerdotale, sono passati 35 anni dal 3 settembre, quella mattina sentivo ancora il frastuono e la gioia delle tante persone che si coinvolsero nella celebrazione in Cattedrale, a Noto. Una liturgia sobria e solenne allo stesso tempo, intensa e vissuta con emozione e molta trepidazione. Non mi sentivo al centro, ma dentro un popolo in festa per il dono di un sacerdote che doveva, non so se ci sono riuscito, “servire il popolo redento e amato da Gesù Cristo che se lo ha acquistato con il Suo sangue prezioso nella croce”.
La gente chi dice che io sia?
A volte mi viene la tentazione di chiedere, magari a chi dal giorno della ordinazione, ha camminato con me, un po’ conosce le mie debolezze e fragilità ma anche, e lo dico con molta umiltà, l’entusiasmo e gli slanci nella misericordia nell’amore verso i piccoli, i deboli, i poveri: la gente chi dice che io sia? Lo chiese Gesù a Pietro, e forse Pietro con un po’ di imbarazzo, disse: la gente dice che sei un mangione, un beone, uno che va con le prostitute e con i peccatori. Potevano starci questi “chiacchericci” del resto era la gente che frequentava Gesù per dargli una ‘speranza’ e per salvarli dal peccato porta e dalla alla morte.
Ma tu, Pietro, Gesù rispose: chi dici che io sia? E Pietro rispose: Tu sei il Cristo. Ecco, sarei serenamente in pace se qualcuno, anche pochi, mi dicessero: sei un uomo, un cristiano, un figlio di Dio, un sacerdote che sta cercando di amare, di ‘ardere e non bruciare’ per non diventare ‘carbone bagnato’ da buttare, da scartare. Ora capisco il perché delle parole di quella anziana che venne il giorno dopo l’ordinazione per ‘baciarmi le mani unte di crisma’ che disse: ricordati sempre che da oggi sei ‘carne mangiata’, ardi d’amore ma non bruciare l’amore, non bruciare la croce di Cristo, non renderla ‘carbone’.
Ardere e non bruciare
Ardere e non bruciare diventando “carbone”. Ardere permette di non fuggire dalle possibili crisi che la vita può riservare; ardere il fuoco e alimentarlo con pazienza e costanza, pur nelle intemperie, permette di non assopirci nella ‘notte oscura’ che la vita può riservarci. Ardere e non bruciare diventando “carbone”. Non siamo, noi preti, immuni da crisi, anche esistenziali, a volte profonde, perché dimentichiamo, senza accorgercene che la ‘regola di vita’ non la seguiamo con coerenza e responsabilità. La regola di vita è il Vangelo, la spiritualità cercata e vissuta alla luce della testimonianza di adulti nella fede, i tempi della vita quotidiana irrorata di vita sacramentale (Eucarestia, Scrutatio della Parola) immersa nel servizio ai piccoli, ai poveri ai sofferenti, ai malati, a chi si trova in strada e che attende un incontro salutare: il passaggio della Grazia di Gesù Cristo. La preghiera davanti al tabernacolo (qualcuno mi diceva che sono ‘antico’), l’Ufficio delle ore che scandisce non pezzetti di tempo, ma il tempo che è dono di Dio, La fraternità nel presbiterio e con le Comunità affidate da Dio stesso attraverso il discernimento) si spero sempre attento e saggio) del Vescovo che è certamente ‘padre’ ma non dimentichi di essere “fratello”. Punti di riferimento, bussola per andare dove siamo chiamati, non perdere mai questi “punti di riferimento” che sono un dono che arricchisce e sostiene la vita “pressata” e a volte “distratta”. Non sono surrogati ma “sostanza di vita piena”.
Il rischio delle “doppie vite”
Il rischio, a volte devastante, è vivere le “doppie vite”, i rifugi mondani e direi anche pseudo-sacrali, oltre agli scandali e alla corruzione, che non possiamo dire che non sono accaduti e che non devono più accadere. Uno stile di vita umana e sacerdotale che non corrisponde a quel ‘si’ dato con libertà, responsabilità, generosità e autenticità, dopo un percorso di discernimento vocazionale in Seminario.
La solitudine e il burnout
Non siamo immuni dalla solitudine – pur dentro una porzione di popolo a noi affidato – a volte senza relazioni significative e profonde, il dramma è alle porte, e il suicidio fisico e morale è visibile e ci interroga profondamente. Una profonda e indicibile tristezza che pone domande e non semplici soluzioni. Come al burnout (dall’inglese: bruciarsi completamente) è la sindrome del buon samaritano deluso, cioè quel senso di frustrazione che colpisce soprattutto chi, nonostante il suo prodigarsi per un ideale grande, non vede frutti apprezzabili.
La mobilitas ha cancellato la stabilitas
La mobilitas ha cancellato la stabilitas. Innumerevoli le analisi spirituali, antropologiche, sociali e psicologiche in un mondo che ha un cambiamento ‘epocale’ su e per l’uomo che per il sacerdote, dove la “stabilitas” è stata cancellata con la “mobilitas”, quest’ultima intesa come: diagnosi del problema, riparazione e rigenerazione e dove l’impatto con le nuove tecnologie, anche nella pastorale. Un sacerdote mi confidò, dopo aver ricevuto l’incarico per cinque parrocchie, distanti molto l’una dall’altra, che non sentiva più ‘l’odore delle pecore’ ma quelle della nafta della macchina. Forse un po’ di ragione ce l’aveva. Sono solo sollecitazioni, nessuna pretesa esaustiva per superare questa ‘crisi’ che stiamo vivendo anche nel sacerdozio ministeriale, crisi che si riversa e si risente nelle nostre Comunità. E’ sotto gli occhi e il cuore di molti. Reagiamo o soccombiamo alla rassegnazione. Ecco, mi ero ricordato, di non dimenticare che sono una ‘carne mangiata’ un ardere del fuoco dell’amare nell’Amore restando ma vigile a non fare del legno della croce, carbone. Questo non deve accadere. Ne andrebbe di mezzo, con gravi conseguenze, la bellezza e la profondità di un sacerdozio che è un dono, non un mestiere.
