• 5 Settembre 2026 7:25

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno. Smettiamo di chiamarli casi isolati

Una donna di 33 anni, Noemi Impellizzeri, è stata trovata morta nel Catanese: il suo ex compagno è indagato per omicidio. È l’ultimo possibile femminicidio che ci restituisce la cronaca nera, ma trattare ogni caso come un episodio a sé stante è il modo migliore per non capire nulla. Finché continueremo a cercare le cause nella testa di un uomo che “impazzisce”, potremo anche sentirci rassicurati ma i numeri continueranno a salire. E noi continueremo a essere complici, per omissione, di un sistema che sapevamo benissimo come smontare

Ogni volta che la cronaca nera ci consegna l’ennesimo cadavere di donna (è accaduto nei giorni scorsi nel Catanese, dove l’ex compagno di una 33enne è indagato per omicidio), i giornali tirano fuori la parola magica: raptus. Un momento di follia. “Non era più lui”. È una narrazione rassicurante, quasi pietosa. Ci dice che l’assassino è un alieno, un guasto nel sistema, e che noi, brava gente, non c’entriamo nulla. Ma la sociologia, da mezzo secolo, ci sbatte in faccia una verità scomoda: quei gesti non sono imprevedibili. Sono pensabili. Sono ripetibili. E hanno radici profonde nel modo in cui viviamo, non nella testa di un singolo pazzo.

Trattare ogni femminicidio come un episodio a sé stante è il modo migliore per non capire nulla. Negli anni Settanta, quando la criminologa Diana Russell iniziò a usare il termine femicide, non stava inventando un neologismo per fare carriera accademica. Stava cercando di dare un nome a una specificità: l’uccisione di una donna in quanto donna. Un gesto che non nasce per rapinare o per un litigio finito male, ma per il bisogno di controllare, punire, possedere. Se i numeri continuano a macellare donne con una regolarità da orologio svizzero, un motivo ci sarà. E quel motivo va cercato fuori dalla psiche del killer, dentro l’architettura della nostra vita quotidiana.

L’educazione al possesso

La maggior parte di questi delitti deflagra in un momento preciso: lei se ne vuole andare. Chiede la separazione, cambia serratura, non risponde. Ed è lì che scatta la trappola. Per molti uomini, la fine di una relazione non è una perdita, è un furto. È la sottrazione di un diritto acquisito. Questa idea non spunta come un fungo il giorno dell’omicidio. Si annaffia ogni giorno. Si costruisce negli spogliatoi, nelle battute a tavola, in quella cultura che ancora tollera l’uomo “che si fa valere” e disprezza la donna “che alza la voce”. Raewyn Connell l’ha chiamata “mascolinità egemonica”. In parole povere: un modello di virilità che si nutre di controllo e disprezzo per la vulnerabilità. Non è questo modello a creare materialmente l’assassino, ma è l’ecosistema che gli permette di sentirsi giustificato, se non addirittura dalla parte della ragione, quando stringe quella corda o impugna quel coltello.

Sarebbe un errore, però, ridurre tutto a un problema di “testa”. C’è una questione di portafoglio e di burocrazia che pesa come un macigno. Una donna senza un reddito proprio, o con un contratto precario, è una donna che spesso non può permettersi di andarsene. L’isolamento non è solo emotivo: è fisico, perché il violento la taglia fuori dagli amici, ma anche perché i servizi spariscono. Fuori dalle grandi città, i centri antiviolenza sono un miraggio. E poi c’è il muro di gomma delle istituzioni. Quante volte abbiamo letto di denunce archiviate, di ordini restrittivi ignorati, di agenti che consigliano “di non esagerare”? L’antropologa Marcela Lagarde ha allargato il concetto di femminicidio fino a includere la responsabilità dello Stato. Quando le istituzioni non prevengono, non proteggono o non puniscono, l’omicidio non è più solo un fatto privato. È il compimento di un abbandono pubblico. Lo Stato, in quei casi, è complice.

I segnali che facciamo finta di non vedere

Il femminicidio non è un fulmine a ciel sereno. È l’apice di una montagna russa che dura mesi, a volte anni. C’è un prima che sappiamo riconoscere benissimo, ma che scegliamo di ignorare. È il controllo del telefono giustificato come “trasparenza”. È la gelosia spacciata per “troppo amore”. È l’umiliazione in pubblico seguita dalle scuse in privato. La violenza ha un continuum: parte da micro-aggressioni che la nostra cultura normalizza e, in una frazione dei casi, scala fino all’omicidio. Guardarlo come un percorso, e non come un evento improvviso, è l’unico modo per smettere di contare i morti e iniziare a intercettare i campanelli d’allarme quando sono ancora solo suoni fastidiosi.

Continuare a leggere i femminicidi come guasti individuali, come patologie di uomini malati, è un meccanismo di difesa. Ci permette di dormire la notte, perché ci convince che il mostro è lui, e noi siamo al sicuro. Ma la sociologia ci toglie questa coperta. Ci dice che non c’è nulla di anomalo in questi delitti. Sono il prodotto di un sistema culturale, economico e istituzionale che funziona esattamente come è stato strutturato. Finché continueremo a cercare le cause nella testa di un uomo che “impazzisce”, potremo anche sentirci rassicurati. Ma i numeri continueranno a salire. E noi continueremo a essere complici, per omissione, di un sistema che sapevamo benissimo come smontare.

 (fonte vita. it – Angelo Palmieri)