Ordine eseguito: la Rai ha deciso che Sigfrido Ranucci non condurrà più Report.
Il motivo? Si sono limitati a pignucolare che questo provvedimento era necessario per proteggere l’immagine del programma.
Una motivazione ridicola come cercare di coprire un elefante con una pagliuzza.
Nel mentre inviati storici del programma rispondono con una nota secca: decisione “irricevibile”, metodo inaccettabile, figure sostitutive “in nessun modo rappresentative della storia e dei valori di Report” e minacciano di abbandonare in blocco.
Ranucci, sui social, parla di “gioco fatto”, di duemilaottocento articoli in due mesi, di fuoco amico della Rai, di persone, quelle indicate per la conduzione, che “mortificano le professionalità” di trent’anni di servizio pubblico. Un allontanamento del tutto illegale per contratto, leggi, Costituzione e Media Freedom Act.
Ranucci, lo ribadiamo, non è il colpevole, è la vittima di un attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione di Pomezia. Un ordigno a base di gelatina da cava ha distrutto le auto, danneggiato il muro, messo a rischio una famiglia. La Direzione distrettuale antimafia di Roma ha indagato, i carabinieri hanno arrestato gli esecutori materiali oggi detenuti in carcere.
Il Gip ha riconosciuto la gravità intimidatoria, l’aggravante del metodo mafioso, il rischio concreto di conseguenze ben più gravi. E Valter Lavitola, per sua stessa ammissione è il mandante; le sue ‘motivazioni’ ridicole (“l’ho fatto per aumentargli la scorta”) e i suoi piagnistei (“non volevo fargli del male”) lasciano il tempo che trovano. Si tratta di un faccendiere, ex direttore dell’Avanti, personaggio con un passato giudiziario denso.

Per farla breve Ranucci è parte lesa: il gip ha scritto che è stata una vittima “ignara” e “manipolata” da Lavitola e che non ha nulla a che fare con l’attentato ai suoi danni (e dalla sua famiglia). Ma la Rai, che tanto si vanta di legalità e di etica, sceglie di credere alle dichiarazioni di un delinquente criminale e non al giudizio del Gip che scagiona Ranucci.
Quindi se la TV di Stato crede alle dichiarazioni di un criminale, si assume di fatto la responsabilità dell’isolamento e della delegittimazione di uno dei suoi migliori giornalisti d’inchiesta. D’altronde la Rai ha già scelto i suoi padroni: il potere fascista che ora governa questo paese tramite il partito di Giorgia Meloni e i servizi segreti americani, di cui Fratelli d’Italia è serva. L’ho già scritto: dietro a tutto questo è lapalissiano che si siano mossi quei servizi segreti che vogliono uccidere civilmente e professionalmente Sigfrido Ranucci in quanto persona e giornalista; quei servizi segreti che, come abbiamo ripetuto più volte, rispondono alla volontà ‘Atlantica’ ed alla Cia.
Una precisazione è necessaria.
Non siamo, né abbiamo mai preteso di essere, fanatici contro la Central Intelligence Agency. Si tratta di un’agenzia governativa che, come dimostra la storia, agisce secondo una precisa dottrina: la protezione degli interessi strategici della propria nazione. Non nutre, pertanto, alcun risentimento personale nei confronti di Sigfrido Rnucci. Il punto è un altro. Il potere americano non poteva permettersi che un giornalista di quel calibro diventasse un riferimento politico capace di spostare equilibri e di condurre l’Italia fuori dall’orbita della propria influenza. Non a caso, detto per inciso, è sceso in campo anche il generale Roberto Vannacci che certamente è un estremista di destra al soldo degli Stati Uniti d’America. E’ assolutamente plausibile che i Servizi oggi possano aver chiesto a Lavitola di farsi un po’ di galera dopo aver utilizzato la sua conoscenza/amicizia con Sigfrido Ranucci, per incastrarlo e fermarlo ad ogni costo. Il motivo? Perché questi apparati temono che questo grande giornalista, con la sua squadra, possa andare avanti e squarciare il velo di Maya su quelle verità indicibili che il Potere nasconde.

Un potere che va ben oltre i palazzi romani. Ranucci nelle sue dichiarazioni rese subito dopo la decisione della Rai ha parlato di “fuoco amico”. E come dargli torto. La Rai, è noto, è stata sempre lottizzata, sin dai tempi della Democrazia Cristiana e delle quote di opposizione. Mai, però, era scesa così in basso. Difatti non a caso l’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha fotografato con precisione la natura politica di questa manovra: “Ogni iniziativa che la Rai dovesse assumere in questo momento sarebbe inevitabilmente inquinata dalle falsità che sono state alimentate incessantemente, da polemiche pretestuose anche all’interno dell’azienda. Una rimozione sarebbe una scelta politica”.
Oggi, tirando le somme, si consuma una morte civile.
La decisione operativa (e strategica) è stata presa dai vertici aziendali di Viale Mazzini, guidati in particolare da Paolo Corsini in qualità di Direttore della Direzione Approfondimento (la struttura macro-editoriale che supervisiona i talk show e i programmi d’inchiesta).
In questo “Sinedrio” moderno la storia si ripete: Ranucci e la squadra di Report hanno fatto inchieste scomode. Hanno parlato di ‘pista nera’ in collegamento con le stragi del 1992-1993 (Capaci e via d’Amelio), hanno fatto inchieste sull’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, hanno fatto puntate sulla Trattativa Stato-mafia, sulle infiltrazioni della mafia nel partito di Fratelli d’Italia.
E per tutta risposta è stato cacciato. Non è la prima volta che accade.

Giuseppe Fava, ucciso a Catania nel gennaio 1984 per le sue inchieste su mafia, politica e potere pubblicate su I Siciliani; Mauro Rostagno, assassinato a Valderice nel settembre 1988 mentre denunciava le connivenze tra cosche, istituzioni e traffici di droga; Giancarlo Siani, giovane cronista de Il Mattino freddato dalla Camorra a Napoli nel settembre 1985 per le sue indagini sui clan e sul terremoto; Beppe Alfano, giornalista di La Sicilia ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto nel gennaio 1993 mentre raccontava le infiltrazioni mafiose: giornalisti trascinatori, capaci di parlare alle masse, eliminati perché scomodi. Oggi non serve necessariamente il piombo.
Basta il depistaggio mediatico, la campagna di fango, i “proiettili istituzionali”, come ha scritto recentemente l’ex magistrato e sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
La continuità è storica, così come le complicità: la Rai ha scelto di obbedire al potere perché anche i suoi stessi vertici non sopportavano più quella voce.
Ma, come diceva il grande Totò, “Qui nessuno è fesso”.
Alla versione ufficiale crederanno solo coloro che sono in malafede, i corrotti, i servi e i lacché pennivendoli delle destre.
Noi abbiamo capito come stanno le cose e la resistenza non finisce qui.
(fonte: antimafiaduemila.com – Giorgio Bongiovanni)
