• 9 Febbraio 2026 5:46

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

“Tu parli in corsivo?”

di Romano G. Fina – La nuova frontiera del vuoto cerebrale cosmico passa per questa domanda, che – come ogni trend topic che si rispetti – parte dall’irrazionale per divenire “fashion”. Ecco, mi sono lasciato anch’io contagiare dalle forme neologistiche che fanno parte del substrato quotidiano delle discussioni giovanili.

Diventiamo vecchi e il mondo non si ferma.

Il problema è che non sappiamo dove stia andando a sbattere. Torniamo solo per un attimo alla domanda che ci siamo posti all’inizio: quando qualche giorno fa, complice un messaggio scandalizzato di mia moglie che mi chiedeva se avessi idea di cosa fosse il “parlare in corsivo”, ho aperto questo vaso di Pandora, pensavo di essere davanti a qualcosa di ancora poco conosciuto e già abbastanza inquietante; Domenica, invece, durante il pranzo in famiglia, scopro che la nipotina di nove anni che ha appena completato la quarta elementare, già sa “parlare in corsivo”.

Viviamo in una società in cui le tendenze vengono incanalate secondo un disegno ben preciso, spesso che ha a che fare con il consumismo, nel caso in questione mi domando quale possa essere il disegno nascosto e, soprattutto, se anch’io con questa riflessione non stia contribuendo alla sua diffusione virale.

Certo, sentire gli adolescenti cantilenare le parole e le frasi allungando vocali, emettendo suoni sibilanti che sembrano la brutta copia su cui è passato un camion della Signorina Snob della grande Franca Valeri, se non sei adeguatamente predisposto, ti fa correre il rischio di un accesso d’ira incontenibile. Poi, dopo esserti calmato, inizi a riflettere sulle energie sprecate dalla gioventù di oggi: no, non sto parlando di braccia rubate all’agricoltura (la qual cosa in questo periodo di siccità sarebbe ugualmente di poca utilità), ma del reale problema di aiutare i giovani d’oggi ad indirizzare le proprie energie verso qualcosa di costruttivo.

Per esempio? 

Imparassimo nuovamente, giovani e meno giovani, a scrivere in corsivo, come i nostri nonni: era un piacere allo sguardo anche solo vedere le pagine dalle lettere vergate con ordine, seguendo la rigida disciplina delle norme calligrafiche. Oggi, io per primo, troppo avvezzo a far correre le punte delle dita  su una anonima tastiera di un computer, quando prendo la penna in mano, mi accorgo che il mio stile calligrafico corsivo assomiglia sempre più al tracciato di un elettrocardiogramma.

Se poi, volessimo estendere l’idea di “corsivo” parlato ad un concetto che ha a che fare con l’incomunicabilità o anche solo con la comunicazione criptata per alcune categorie di persone, brutalmente detta “capacità di non farsi capire” allora, come ormai non si capisce quasi più la grafia di molti, allo stesso modo buona parte dei nostri giovani possiede quest’arte: infatti quando tentano di spiegare qualche concetto leggermente più complesso della media, spesso ho l’impressione di ascoltare degli stranieri appena arrivati nel nostro paese.

Per fortuna, però, anche se un fenomeno particolarmente diffuso, ci sono tante eccezioni.

In ogni caso, sono convinto, che la responsabilità di questa deriva culturale sia colpa della nostra generazione che, pur di stare tranquilla e non impegnarsi nella corretta educazione della prole, non ha esitato a delegare l’intrattenimento ai mezzi di distrazione di massa quali smartphone, tablet e compagnia cantante.

Sforziamoci, quindi, di ricordare che se l’acqua bolle, la responsabilità non è dell’acqua, ma di chi – a tempo debito – non l’ha tolta dal fuoco, e se possibile, iniziamo a rimediare: meglio tardi che mai.