Commento al Vangelo di Fra Giuseppe Maggiore
XXI domenica del tempo Ordinario
Letture: Sir 3,17-20.28-29; Sal 67 ; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14
Nel vangelo di Luca, il banchetto ha un posto privilegiato, Gesù lo prende come esempio per descrivere il Regno dei Cieli, come un evento festoso e gioioso di un nuovo modo di vivere tra la gente. A Gesù piaceva stare a tavola con pubblicani e peccatori, con gente scartata da coloro che si reputavano giusti. Il banchetto era per Gesù il luogo perfetto dove raccontare parabole sia per i farisei austeri e distaccati da tutti, così come per la gente della strada e per donne che si gettano ai suoi piedi per ricevere un gesto di amore autentico. Mi piace tantissimo ciò che scrive Ermes Ronchi a riguardo: “La tavola di casa è il primo altare, per Gesù. L’unico: ogni casa ha un altare che raccoglie attorno a sé sorrisi, confidenze, lacrime, perdoni e progetti. E sacrifici. Quello della chiesa viene dopo”.
“Diceva loro una parabola, notando come sceglievano i primi posti”.
Si è una corsa, i primi posti piacciono a tutti anche nella Chiesa. L’arrivismo, la sete di comandare anche chi deve accendere le candele sull’altare o chi deve semplicemente leggere una lettura. La sete del carrierismo sfruttando ogni occasione o ogni persona… anche i poveri per farsi strada. Tutto ciò nella Chiesa è una piaga terribile.
San Paolo ci ammonisce esortandoci a non farci un’idea troppo alta di voi stessi (Rm 12,16). Siamo troppo occupati a rivolgere lo sguardo su noi stessi anche quando stiamo facendo del bene agli altri, dimenticandoci che siamo strumenti di amore nelle mani di Dio ed è egli che salva non noi.
Va’ a metterti all’ultimo posto

San Francesco di Assisi lo aveva capito bene: scegliere l’ultimo posto significa entrare nella dinamica della incarnazione: la vera sequela e conformazione a Cristo Povero e Crocifisso sta proprio nell’accettare questo mistero di spoliazione, Lui che svuotò se stesso fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2,7-8). Cercare l’ultimo posto non è solo per andare controcorrente nella società di oggi, sia civile che ecclesiale, neppure per esprimere un atteggiamento di umiltà o mortificazione, è questione di vangelo: l’ultimo posto è il posto di Dio, venuto non per essere servito, ma per servire. Gesù occupando l’ultimo posto si fa prossimo agli ultimi, coloro che nel mondo non contano: disoccupati, inoccupati, sottoccupati, precari, esodati, cassaintegrati, emigrati, clandestini, rifugiati, disadattati, barboni, l’elenco di “scaricati” è terribilmente lungo.
Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.
La logica di Dio è disarmante. Noi a casa nostra non invitiamo gente che Gesù ci esorta ad invitare, se lo facciamo è perché abbiamo un doppio fine.
“Stare insieme alla stessa tavola significa mettersi allo stesso livello, togliere di mezzo le separazioni, rendere possibile la comunicazione, perché i poveri, coloro che in qualche modo sono gli emarginati (non sempre privi di cose) hanno qualcosa da dirci, ci offrono un punto di vista del mondo (e del vangelo) totalmente nuovo”. (Cantini).
L’impegno di solidarietà, la carità da offrire ai fratelli o sorelle meno fortunate di noi non è un’azione umanitaria, ne filantropica e neppure una psicoterapia. Spesso quando si fa la carità il rischio che si corre è un sottile sentimento di appagamento: io sono il buono che dono e tu il povero che ricevi. Non c’è relazione paritaria.
I poveri non hanno bisogno di elemosina per poi tornare da dove sono venuti, mentre siamo noi ad avere la necessità di mangiare allo stesso piatto; abbiamo bisogno della comunione con loro, di imparare da loro la lezione del vangelo. Abbiamo bisogno di donarci gratuitamente. Sono loro che ci mostrano il volto di Dio che predilige gli anawim. Le nostre Eucarestie se non continuano nella vita, ai crocicchi delle strade rimangono riti sterili. Se il nostro servire non diventa un’azione esclusivamente Cristologica è solo una bella azione umanitaria. Se non iniziamo a trattare l’altro non come ultimo ma come unico non abbiamo davvero capito nulla del Dio di Gesù. Con gli “ultimi e i poveri” è possibile recuperare il senso autentico della realtà per ripartire con entusiasmo e ritrovare la gioia (il banchetto) della vita e ricevere la ricompensa alla risurrezione dei giusti.
Spesso mi chiedo, ma so amare gratis?
Buona domenica!
