«Perché a te?». In una fonte francescana questa è la domanda ossessiva, intrisa di uno stupito e stizzito rancore, che a Francesco viene rivolta da un suo confratello meravigliato del fatto che tanto successo e tanta gloria fossero toccati proprio a quello strano ometto non bello, dall’aspetto poco affascinante (eppure quanto straordinario fascino, quanta forza seduttiva, doveva promanare la lui!), infagottato in un abito di sacco tutto pieno di toppe colorate che lo facevano sembrar un giullare, un arlecchino. E forse è proprio un libro dedicato ad Arlecchino e dovuto alla penna di Massimo Oldoni, noto medievista, ch’è a quel che pare sfuggito all’attenzione di Aldo Cazzullo mentre invece gli avrebbe giovato. Ma è questo, e solo questo, il rilievo che sento di contestare al celebre ed eccellente giornalista piemontese.
In realtà, Aldo Cazzullo è molto più che un giornalista, sia pure di eccellenza e di successo. È un vero e proprio opinion maker ormai si può dire onnipresente: e la diffusione dei suoi libri più letti o quantomeno più venduti (Il Dio dei nostri padri ha superato le 400.000 copie) la dice lunga al riguardo. Non è davvero fortuito se l’approssimarsi dell’ottocentesimo anniversario del “Transito”, la “nascita in cielo” del Povero d’Assisi, abbia ispirato insieme – nel profluvio di carta stampata, immagini, impulsi elettronici e rievocazioni che già lo stanno caratterizzando – tanto il “caso giornalistico” Aldo Cazzullo quanto il “caso accademico-mediatico” Alessandro Barbero, un altro piemontese.
Francesco il primo italiano: questo il titolo del “successo annunziato” di Cazzullo (HarperCollins, pagine 264, euro 19,50). Ignoro – sto parlando sul serio – se sia felice o infelice, casuale o voluta da qualcuno, la circostanza dell’uscita quasi contemporanea nelle librerie e sulla ribalta mediatica del San Francesco di Alessandro Barbero, a sua volta et pour cause “successo annunziato”. Ma si tratta di due opere molto diverse fra loro e pertanto concorrenziali forse a livello mercantile, tuttavia obiettivamente complementari grazie proprio alla loro reciproca estraneità: al punto da renderne consigliabile una loro lettura non già “incrociata”, bensì semmai successiva e ravvicinata.
Barbero – pensino quel che vogliono pubblicisti e polemisti – è uno storico autentico e della più bell’acqua: e anche quando “fa divulgazione” (di qualità) non è mai un divulgatore ma sempre uno studioso. Cazzullo ha a sua volta la stoffa, cioè le qualità dello storico: ma la sua professione è un’altra e differenti sono i suoi metodi e i suoi intenti. Perciò, mentre in Barbero apprezziamo la sempre sorvegliata e aggiornata misura critica, in Cazzullo ci convincono la sobrietà dell’impianto propriamente erudito e la linearità delle scelte. Ben consapevole che ognuno di noi deve dare tutto e soltanto quello che può e che ha, egli non si lascia né intimidire né sedurre dall’ormai oceanica letteratura specialistica francescano-minoritica (Grado Giovanni Merlo ha saputo lucidamente spiegare la differenza tra i due aggettivi) né dal vertiginoso abisso della “questione francescana” da Paul Sabatier in poi.
Gli specialisti sanno benissimo dove andarsi a cercare quel che serve loro: Cazzullo – che pure ha ben selezionato i suoi “consiglieri”, da Filippo Forlani al cardinale Zuppi – non ha alcuna ragione, salvo tutto il dovuto rispetto, di misurarsi con le loro ricerche. Per questo i suoi riferimenti sistematici alle fonti e alla letteratura moderna selezionata occupano la sola controfacciata e le pagine 261-263; quanto ai suoi autori-guida, a parte la menzione di Dacia Maraini, di Piero Bargellini, di Gilbert Keith Chesterton, tra gli studiosi del nostro tempo egli ricorda quali coloro che «meglio hanno scritto di Francesco» Jacques Le Goff e le «due Chiare», la Frugoni e la Mercuri. Non tutti gli specialisti en charge gli saranno grati per questa selezione: ma io, che non sarò mai un francescanista (e l’ho esplicitamente dichiarato in un libro di qualche anno fa), gli sono riconoscente per aver richiamato il più celebre e uno dei più cari tra i miei maestri nonché due colleghe che mi sono particolarmente care.
Certo, Cazzullo è un comunicatore di genio e di talento. Tiene molto alla sua condizione di antifascista: eppure, da ottimo giornalista qual è, non manca di apprezzare le qualità di comunicatore di un suo collega di alcuni decenni or sono. E il titolo del suo libro echeggia difatti una frase celebre attribuita di solito a Mussolini; così come un suo best seller di qualche anno fa, Quando eravamo i padroni del mondo, riecheggia decisamente il piglio del Duce. Ma anche queste scelte dipendono dalla sua profonda e disinibita conoscenza del suo pubblico.
Aspettatevi pertanto da questo libro esattamente quanto può e vuole darvi. Il suo Francesco, per quanto qua e là se ne richiamino la “pezze d’appoggio” scientifiche, è nella sostanza quello che la gente conosce, ama, apprezza e ammira in Francesco.
E se ne dichiara anzitutto, senza esitare, l’eccellenza storica e cosmica. I tre ultimi millenni sono dominati da altrettante grandi presenze spirituali: il Buddha nel I secolo a.C., Gesù nel I d.C., Francesco nel XII. Se ne richiama la genuinità “identitaria” italiana contestualizzata in un’età nella quale essa era ancora incoativa e se ne rivendicano i meriti linguistici e poetici: lui, che detestava la cultura in se stesso e nei suoi frati come negazione della Povertà, il centro della sua vocazione, in quanto la cultura è in sé stessa ricchezza e potere, vale a dire ciò al quale egli intendeva radicalmente rinunziare (e in ciò consiste la sua intrinseca antimodernità). Eppure era colto: colui che voleva presentarsi come novus pazzus nel suo secolo dominava una forte cultura giullaresca, foggiava l’idioma italico nei versi del suo meraviglioso Cantico, esprimeva con sincerità e lucidità ammirevoli – e in buon latino – il suo programma in un Testamentum che giustamente Cazzullo elegge a guida costante della sua esposizione (lo si vede dall’intitolazione di capitoli e paragrafi).
Ma da Francesco derivano francescanesimo e minoritismo, francescanità e “francescosofia” se non addirittura “francescomania”. Gli esiti del suo culto e della sua fama, dell’ispirazione che ha dato a molti vengono richiamati a rapide, robuste pennellate di sobrio colore in poche pagine finali: da Antonio da Padova a don Bosco a padre Pio fino alla potente e commovente figura del salesiano e siciliano padre Rosario Stroscio, confidente e confessore di madre Teresa di Calcutta.
Giorni fa un mio caro e vecchio amico, un ateo di rigore adamantino, mi ha chiesto perentorio e spazientito: “Ma insomma, dammi almeno tre ragioni per ostinarti a restar cattolico”. Gli ho risposto: la Vergine Maria, Francesco d’Assisi, madre Teresa di Calcutta. Non mi stupirei se Aldo Cazzullo fosse d’accordo con me.
(Fonte: Avvenire – Franco Cardini)
