• 9 Febbraio 2026 11:41

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Il San Francesco di Barbero: il ritratto di un uomo in una galleria di specchi

Alessandro Barbero ha un dono raro: ogni volta che mette mano a un argomento che credevamo di conoscere, riesce a restituircelo nuovo, diverso, più vivo. Dopo aver fatto innamorare folle di studenti e spettatori con le vicende di barbari, imperatori e battaglie, eccolo cimentarsi con il più ingombrante dei santi: Francesco d’Assisi, cui è dedicato il suo San Francesco, appena edito per i tipi di Laterza (pagine 448, euro 20,00). Quell’attributo – “santo” – è una delle chiavi per comprenderne la natura: non siamo di fronte alla biografia di un uomo – o, almeno, non solo –, ma a un viaggio nella selva delle testimonianze agiografiche che assumono la santità come dato di partenza, con l’aggiunta – fondamentale – di quanto «frater Franciscus» dice di sé stesso. Non, dunque, una “vita”, ma una galleria di specchi. Da un lato, il Francesco del Testamentum, dettato in punto di morte, dall’altro, il profilo cangiante delle legendae: da quelle di Tommaso da Celano, l’agiografo “ufficiale”, tormentato dalla richiesta di offrire al “pubblico” sempre più miracoli, ai ricordi diretti dei compagni della prima ora, alla voce discreta ma potente di Chiara, al santo “addomesticato”, innalzato a modello irraggiungibile, di Bonaventura da Bagnoregio. Un incredibile parterre di testimonianze, la cui stratificazione, dissonanza e reciproca contaminazione costituisce il fulcro della cosiddetta “questione francescana”.

barbero-1-300x169 Il San Francesco di Barbero: il ritratto di un uomo in una galleria di specchiBarbero fa i conti con una vicenda complessa, affrontata nell’ultimo secolo – e, in particolare, negli ultimi vent’anni – da fior di storici e filologi (ch’egli accuratamente cita e discute in nota), i cui risultati fungono da fondamento d’un libro che – diciamolo – prima o poi andava scritto. E andava scritto esattamente in questa maniera. Mi spiego. Ciò che Barbero segue è un indirizzo storiografico peculiare, che, tuttavia, ha avuto pochi emuli. Si tratta del metodo utilizzato oltre settant’anni fa da Arsenio Frugoni – padre di Chiara, il cui legame con l’autore è testimoniato dai libri firmati congiuntamente – nel suo Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII. Non una biografia “tradizionale” – che, data la contraddittorietà delle fonti, avrebbe rischiato di scivolare nella rievocazione ipotetica o, peggio, nella combinazione di voci diverse, accostate ad arbitrio – ma una lettura in parallelo dei testi che ne tramandavano il ricordo, esaminati separatamente. Ne scaturiva un palinsesto di memorie, in cui le reticenze – e, persino, i silenzi – acquisivano lo stesso peso delle parole tramandate, facendo di Arnaldo il punto focale d’un conflitto interpretativo di grandi proporzioni. Ebbene: Barbero adotta lo stesso schema, adattandolo al soggetto specifico – e che soggetto! – e arricchendolo d’una straordinaria capacità narrativa, restituendoci una sintesi originale, capace di presentare al lettore la complessità senza rinunciare alla limpidezza espositiva. È la dimostrazione che anche la storia – e la filologia –, se ben raccontate, possono avere il passo di un romanzo.

san-francesco-300x200 Il San Francesco di Barbero: il ritratto di un uomo in una galleria di specchiIl risultato è qualcosa d’inedito – almeno, per il grande pubblico. Un profilo dinamico, in movimento, in metamorfosi continua. L’uomo che detta il Testamentum non coincide del tutto con il santo levigato da Bonaventura; i compagni non concordano sulla sua memoria; Chiara apre uno squarcio femminile che altri tacciono. Un mosaico che lascia soltanto intuire, quasi per riflesso, il mondo di Francesco – ovvero, il mondo secondo Francesco –; ma più nelle omissioni che nelle parole, più nelle incrinature dei racconti che nelle loro armonie. Non un solo Francesco, dunque, ma i molti Francesco prodotti nel corso del tempo, affiancati l’un l’altro come voci d’un coro incapace di cantare (sempre) all’unisono. Ed è proprio in questa pluralità che risiede la forza del libro. Così, dietro l’apparente linearità del dispositivo narrativo si cela un doppio lavoro: da un lato, Barbero ricompone i frammenti e dà loro un ordine parziale; dall’altro, ne lascia permeare le dissonanze: quelle stesse dissonanze che impediscono al lettore d’identificare un unico Francesco e lo invitano, piuttosto, ad abitare il confine instabile fra memoria e interpretazione. Prova ne sia la ricca Appendice finale, in cui sono elencati in forma sinottica decine di episodi riguardanti il santo, al fine di cogliere a colpo d’occhio le divergenze e i mutamenti della memoria francescana.

L’ironia del metodo è sottile: non colpisce il Poverello, ma i nostri pregiudizi. Se i suoi frati non erano d’accordo su chi fosse davvero, perché dovremmo esserlo noi, a otto secoli di distanza? È, questa, a mio avviso, una provocazione salutare, capace di affidare al lettore la responsabilità di scegliere. O, almeno, di dubitare. Si potrebbe obiettare che, procedendo su questa strada, si rischi di perdere di vista l’essenziale: il “vero” Francesco.

Si potrebbe dire, insomma, che il libro promuova una forma di “pirronismo storiografico” – un atteggiamento di scetticismo radicale nei confronti delle fonti (il riferimento è al celebre Pirrone di Elide, vissuto tra il IV e il III secolo a.C.) –, in cui tutto è relativo. Non è così. Evaporato il mito, resta l’uomo: fragile, contraddittorio, vero. Il viaggio attraverso la selva delle testimonianze – dalla voce viva di Francesco a quella dei suoi molti agiografi – lascia trapelare un personaggio poliedrico, capace di slanci di estrema dolcezza così come di asperità e spigolosità. Il ritratto d’un uomo che non si lascia ingabbiare, che vive di metamorfosi, di moti affettivi, di Passione e Pentecoste, di Eucaristia, la cui biografia plurima diventa specchio delle epoche che lo hanno raccontato. Barbero non dà l’ultima parola, né la promette; non confeziona un Francesco da vetrina. Ci consegna, piuttosto, la realtà d’una memoria contesa, dando voce storica agli sforzi della filologia. Ed è questa, forse, la lezione più preziosa: la storia non serve a rassicurare, ma a ricordarci che anche i santi restano figure vive perché contese, instabili, irrisolte. Un libro che diverte e commuove, che sorprende e irrita, e che, come credo, farà discutere a lungo.

(fonte: Avvenire – Antonio Musarra)