Commento a cura di Suor Cristiana Scandura
Feria propria del 24 dicembre
Letture: 2Sam 7,1-5.8-12.14.16 Sal 88 Lc 1,67-79
«Benedetto il Signore Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano» (Lc 1,68-71).
La fede ritrovata, o meglio, “rinnovata”, è qui esplosa in tutta la sua potenza. Cosa dire davanti a queste parole? Cosa dire davanti al dono della vita? Già dono perché la vita non è nostra, ma un dono del Signore e Zaccaria lo sa bene, perché il nome che ha scelto, Giovanni, significa: “dono di Dio”. E sono proprio queste le parole che incide sulla tavoletta: Giovanni, cioè Dono di Dio.
Questo ci fa capire che, nel silenzio, Zaccaria non ha perso la sua fede, no, questa ha solo vacillato per un istante. Nel silenzio, l’anziano sacerdote l’ha serbata, come una perla in uno scrigno, per tirarla fuori nel momento indicato: “Stava la parola murata dentro, fino a quando la donna fu madre e la casa, casa di profeti” (Ermes Ronchi).
Ci chiediamo: come ci poniamo di fronte all’annuncio del Vangelo: cerchiamo anche noi, come Zaccaria, dei “segni” che ci confermino la Parola di Dio, oppure ci abbandoniamo a Lui senza se e senza ma? Siamo capaci di testimoniare la nostra fede in ogni circostanza della vita o qualche volta perdiamo la voce? E ancora: una volta riacquistata la voce, siamo capaci di lodare e ringraziare Dio, come ha fatto Zaccaria?
