L’isola-frontiera, disabitata, ricoperta di boschi, era al centro della navigazione nel Mediterraneo. Accoglieva gente di ogni tipo. Era, ed è ancora, lo scoglio su cui tirare il fiato. L’antropologo Dionigi Albera racconta in un libro cos’era Lampedusa prima di diventare ciò che è adesso. «Oggi al Molo Favaloro, dove sbarcano i migranti, seminudi, ustionati, disidratati, l’opera dei volontari è necessaria, per tagliare le punte al filo spinato di uno spazio militarizzato»
Marinai, eremiti, corsari, schiavi, cavalieri, saraceni: Lampedusa è stata per secoli crocevia di genti nel Mediterraneo. In un contesto di conflitti tra la sponda nord, cristiana, e la sud, musulmana, l’isola, disabitata, ha rappresentato per secoli un approdo sicuro, uno spazio neutrale dove chiunque poteva fermarsi e tirare il fiato. Oggi i flussi di turisti in cerca di relax non incrociano quelli della disperazione, di chi migra rischiando di morire, in cerca di una vita migliore. L’antropologo Dionigi Albera, direttore di ricerca all’Università di Aix – Marsiglia, riporta alla luce il passato di questo scoglio all’estremo sud del nostro sud. La scoperta di un luogo sacro condiviso da cristiani e musulmani, il Santuario della Madonna di Porto Salvo, narrata nel suo libro: Lampedusa. Una storia mediterranea, è un’utopia a cui guardare, oggi, con il sogno di un’isola, di nuovo, aperta e accogliente. Nonostante tutto.
Prof. Albera, i suoi studi rivelano il passato straordinario e poco conosciuto di Lampedusa. Un nome oggi familiare a tutti, per la tragedia delle migrazioni…
L’isola entra sotto i riflettori dalla fine degli anni Novanta. Prima, non se ne sentiva parlare. Era così marginale, che la prima visita di un membro del governo nazionale è nel 1964, a cento anni dalla nascita dello Stato italiano. Quell’anno, la popolazione, per esprimere il proprio malcontento, aveva disertato in massa le urne. Nella mia ricerca ho usato un approccio antropologico e storico, raccontando cos’era Lampedusa prima di diventare ciò che è oggi. Finita l’epoca romana, in cui il Mare Nostrum era uno spazio di libera circolazione, dal Medioevo all’Ottocento è stata sempre disabitata, eccetto alcuni eremiti. Era ricoperta di boschi, ricca di acqua e risorse. Si trovava in uno spazio di frontiera, difficilmente difendibile, perciò aperto a tutti, al centro delle rotte di navigazione nel Mediterraneo. Oggi è uno scoglio che riassume le contraddizioni di un orizzonte più vasto. La attraversano due forme opposte di mobilità che non si toccano: turistica e migratoria, con il numero più elevato di morti all’anno. Sorprenderà, ma i turisti sono molto più numerosi dei migranti.
Scavando nel passato, ha scoperto la storia incredibile di un santuario condiviso da cristiani e musulmani, in armonia…
Era una grotta, inizialmente. Pian piano, è diventato un luogo di culto, creato dai marinai di passaggio e gestito senza gerarchie. Raccoglieva offerte di ogni tipo: monete, oggetti preziosi, cibo, vestiti. Solo i naufraghi, coloro che sbarcavano senza risorse, gli schiavi in fuga, potevano prendere ciò di cui avevano bisogno. Se lo avesse fatto qualcun altro, si pensava che sarebbe accaduta una disgrazia. Il Santuario della Madonna di Porto Salvo era il simbolo della solidarietà della gente di mare. Nel Settecento, per gli illuministi francesi rappresentava un’utopia sociale, un esempio di tolleranza religiosa. Il Mediterraneo, fino all’Ottocento, era attraversato da continui traffici e conflitti tra forze rivali, ma in equilibrio. Non ce n’era una che prevaleva sull’altra. Poi si è verificata una trasformazione totale dell’identità del Mediterraneo, che è diventato una sorta di lago europeo, dominato da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Sono cambiati completamente i rapporti di forza. Lampedusa è stata colonizzata e il santuario, ristrutturato, è rimasto unicamente cristiano, dal 1843. L’isola ha perso il suo ruolo di approdo, è diventata marginale, periferia della periferia. I suoi boschi sono stati distrutti per farne carbone, da vendere a Malta. La devastazione ecologica ha fatto sparire anche le sorgenti d’acqua. Gli abitanti si sono rivolti al mare e sono diventati pescatori.
E oggi? Che spazio ha Lampedusa nel contesto italiano e mediterraneo?
Dipende dal punto di vista. Da quando è stata colonizzata, è stata luogo di confino, ai margini della comunità nazionale. E risente dei problemi del Mezzogiorno. Ora è di nuovo una frontiera, in un quadro in cui le formazioni statali sono più rigide, un luogo importante dal punto di vista militare. Nel passato, rispetto per esempio a processi come la creazione degli Stati nazionali, Lampedusa era senz’altro marginale. Ma per la circolazione nel Mediterraneo, era centrale. La marginalità non è un dato univoco e definitivo, non è una caratteristica propria di un territorio. Dipende dai processi storici e sociologici.
Lampedusa, come molte aree interne, periferiche, attira turisti.
La marginalità è una risorsa per un certo tipo di turismo, attratto dalla natura incontaminata, dagli spazi aperti. L’isola siciliana vende quest’immagine, viene ricercata per questo. Dagli anni Sessanta, cominciano ad arrivare i primi gruppi pionieri di un turismo d’élite. All’epoca non c’erano infrastrutture, era davvero un luogo paradisiaco per la pesca subacquea. Poi, il settore si è sviluppato, con interventi edili caotici, ma la proposta resta fedele a quell’idea iniziale: giri in barca, a vedere i delfini, etc.
Anche lei, per i suoi studi, come la gran parte dei turisti, avrebbe potuto evitare di vedere lo sbarco dei migranti. Perché ha deciso di aprire gli occhi?
Ho voluto immergermi in quella realtà, incontrare i volontari del Forum Lampedusa solidale, tra cui molti giovani. Ho voluto stare con chi si impegna per portare solidarietà ai migranti che arrivano in condizioni disperate. Se sei lì e vedi, hai un impatto diverso. È un’esperienza che non può lasciare indifferenti. Non rimpiango di aver fatto questa scelta, mi ha permesso di capire ciò che accade, la tragedia di migliaia di persone, che ha precisi responsabili. Lampedusa mi ha cambiato. Al Molo Favaloro, dove sbarcano i migranti, seminudi, ustionati, disidratati, ti accorgi che l’opera dei volontari è necessaria, per tagliare le punte al filo spinato dell’isola-frontiera. Dare loro un bicchiere d’acqua diventa un gesto enorme, di fronte alla disumanità. La militarizzazione limita la possibilità stessa di essere solidali. Vedi le persone solo nel momento in cui arrivano, poi vengono portate in un hotspot, in una zona militare e inaccessibile. Il sogno è che Lampedusa possa imparare dalla sua storia, così particolare, e tornare a essere un luogo che appartiene a tutti. Un luogo dove si sapeva che ci si poteva fermare, un salvagente. Oggi, paradossalmente, chi arriva lo vede ancora così: una speranza concreta di sopravvivenza.
(fonte vita.it – Elisa Cozzarini)
