• 9 Febbraio 2026 5:46

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Agata non è una dea riciclata: smontata la leggenda delle origini pagane

In un articolo di rado citato esplicitamente ma dai contenuti che oggi potremmo definire “virali”[1] perché acriticamente ripetuti sul web e non solo, Emanuele Ciaceri sosteneva che la festa di sant’Agata a Catania presenterebbe aspetti pagani: secondo Ciaceri, questa festa avrebbe assunto le caratteristiche del culto tributato a Iside, una dea “importata” dall’Oriente nel II sec. a.C. Ciaceri – influenzato dalla storiografia positivistica – riteneva, infatti, che vi fossero notevoli somiglianze tra la festa organizzata a Catania in onore di Agata nel XVII sec. d.C., qual è descritta da Pietro Carrera[2], e la festa di Iside che si svolgeva a Corinto nel II sec. d.C., i cui dettagli sono narrati nel racconto di Apuleio[3]: la processione stessa, il ricorso a vesti bianche, l’uso di ceri accesi costituirebbero un indizio inequivocabile di derivazione dell’una dall’altra.

Tuttavia, il confronto tra la festa isiaca descritta da Apuleio e la processione del 1126 narrata nell’Epistola di Maurizio mostra differenze sostanziali: a Corinto, infatti, erano vestiti di bianco tutti i seguaci della dea, uomini, donne e giovani, mentre all’epoca del vescovo Maurizio le vesti bianche erano indossate solo dai sacerdoti, che per di più camminavano scalzi; se a Corinto erano i fedeli a portare “lucerne, fiaccole, ceri e altri lumi adatti alla circostanza”, durante la processione catanese del 1126 solo due bambini precedevano le reliquie della santa reggendo ceri accesi. L’idea di una derivazione diretta e di una sopravvivenza ininterrotta delle manifestazioni legate al culto isiaco per quindici secoli è, dunque, storicamente infondata.

Pertanto, è bene ribadire che la teoria della supposta continuità cultuale poggia su confronti forzati, su fonti mal interpretate o inaffidabili e su un uso improprio dell’analogia antropologica.

Antropologia, arte e storia non sono la stessa cosa

somiglianze rituali o iconografiche (processioni, vesti bianche, candele e ceri) sono fenomeni universali e non provano di per sé una derivazione diretta di un culto da un altro. Per asserire che un culto derivi da un altro occorrerebbe, invece, disporre di fonti precise a supporto. E nel caso dei culti cristiani le fonti non lasciano adito a dubbi, parlando proprio di contrapposizione ontologica e di totale inconciliabilità delle due culture religiose[4]. Certo, le derive inopportune nelle varie feste (religiose e non) sono sempre esistite, ma erano dovute, per esplicita ammissione di quanti vi partecipavano, all’eccessivo consumo di vino e all’intemperanza di giovani e meno giovani[5]: nulla avevano a che vedere con specifiche tradizioni pagane.

Le attestazioni del culto di Iside a Catania sono poche e circoscritte (qualche statuetta e lucerna, alcune monete, testimonianze risalenti tutte ai secoli III-I sec. a.C.). Diverso il caso del culto di Demetra, alla quale pure è stata assimilata Agata[6]: ma anche in questo caso non disponiamo di fonti esplicite al riguardo. Non esiste, quindi, alcuna prova storica di una derivazione del culto di sant’Agata da Demetra o Iside: le supposte analogie vanno interpretate come convergenze antropologiche, non come continuità cultuali storicamente accertate.

Diversamente dalle feste in onore di Agata nel primo millennio, sulle quali nulla sappiamo, il culto agatino è ben documentato già dal IV secolo: dall’epigrafe di Iulia Florentina, al Calendario di Cartagine, alla diffusione del nome, delle chiese, degli inni e delle raffigurazioni della santa nel Mediterraneo, fino ad arrivare alle Passioni che ricordano il miracolo della lava, Agata emerge precocemente come protettrice della città, una delle “mura di carne” che difendono Catania da secoli.

Cristina Soraci, Professoressa di Storia romana e di Storia della Sicilia antica presso l’Università di Catania

(fonte: prospettive.eu)


[1] Emanuele Ciaceri, La festa di S. Agata e l’antico culto di Iside in Catania, «ASSO» 2, 1905, pp. 265-298.

[2] Ammesso pure che di somiglianze si possa parlare: la descrizione del Carrera (Pietro Carrera, Delle memorie historiche della città di Catania, I, Giovanni Rossi, Catania 1639, pp. 507-523), su questo punto molto accurata e articolata, non lascia riscontrare similitudini così evidenti.

[3] Apuleio, Metamorfosi 11.9-10.

[4] Vd., per esempio: Peter Brown, The Cult of the Saints: its Rise and Function in Latin Christianity, Chicago 1981.

[5] Mario Girardi, Basilio di Cesarea e il culto dei martiri nel IV secolo. Scrittura e tradizione, Bari 1990, pp. 201-208.

[6] Theodor Trede, Das Heidentum in der römischen Kirche. Bilder aus dem religiösen und sittlichen Leben Süditaliens, III, F.A. Berthes, Gotha 1890, pp. 62-63.