Un santo singolare entrato nella memoria collettiva per il suo sapere universale, per essere il patrono di studenti, teologi, librai e fabbricanti di matite: così, nel giorno della memoria liturgica, viene ricordato il santo domenicano Tommaso d’Aquino (1225-1274). A questo santo si deve tra l’altro, la composizione nel 1264 dell’inno eucaristico Pange lingua. Fu infatti un pensatore, il Divus Thomas con il suo capolavoro la Summa Theologiae, capace di fare sintesi tra fede e ragione e studiato a fondo e ammirato, forse anche per questo, da due personaggi lontani tra loro come Dante e Umberto Eco. La data della sua commemorazione liturgica, fissata al 28 gennaio, è quella della traslazione delle sue reliquie alla città di Tolosa in Francia.
Padre Antonio Olmi
Chi si dice convinto dell’attualità e universalità di questo santo (che è dottore della Chiesa, per volere di san Pio V, dal 1567) è un confratello dell’Aquinate: il teologo domenicano Antonio Olmi. Il religioso, classe 1958, ha dedicato tante ricerche a Tommaso, e – strano a dirsi per un frate predicatore –, anche al gesuita missionario in Cina e oggi venerabile Matteo Ricci (1552-1610). «La memoria di san Tommaso d’Aquino ha un valore simbolico così alto, per noi domenicani e per la Chiesa cattolica in generale. Nel mondo contemporaneo, che predilige la “post-verità” e il primato del sentimento su quello della ragione “mossa dalla volontà guidata da Dio per mezzo della grazia”, la figura e l’opera dell’Aquinate – argomenta Olmi – ricordano che quella da lui indicata non è una via tra le tante, ma la più idonea a riconoscere Gesù Cristo e a seguirlo nella nostra vita».
Ecco perché, quindi, Tommaso ha un posto privilegiato nel magistero di Chiesa e Papi.
«Nella storia della Chiesa colui che ha fatto il miglior uso della “ragione naturale” (costante antropologica comune a tutti gli esseri umani di ogni tempo, luogo e cultura) nella ricerca della verità, e che meglio ha insegnato ad usarla, è stato san Tommaso d’Aquino. Il magistero ecclesiastico ha ripetutamente sottolineato il “posto del tutto particolare” che egli occupa tra i maestri del pensiero cattolico; numerosi Pontefici, tra cui in particolare san Pio V e Leone XIII (mi viene in mente il documento Aeterni Patris del 1879), ma anche san Giovanni Paolo II (basti pensare all’enciclica Fides et Ratio del 1998) e Benedetto XVI, hanno reso solenne omaggio alla sua persona e alla sua dottrina; papa Pio XI in un discorso del 1923, ha confermato l’appellativo, attribuitogli dalla tradizione, di “più santo dei dotti, più dotto dei santi”».
E tanto amato da uno scrittore così originale come Gilbert Keith Chesterton.
«Per Chesterton, san Tommaso è stato il difensore del buon senso, del realismo, dell’equilibrio tra fede e ragione; valorizzando in prospettiva cristiana il corpo e tutte le realtà create».
L’anno che abbiamo appena lasciato è stato l’occasione per riscoprire, a 800 anni dalla sua nascita, la grandezza di questo gigante della teologia. Quale bilancio si può fare di questo giubileo?
«Le commemorazioni giubilari in onore del santo hanno avuto, a mio giudizio, come obiettivo principale il neutralizzare quella che è stata una vera e propria “rimozione” della figura e dell’opera dell’Aquinate dal panorama culturale e formativo della Chiesa cattolica: la quale ha portato, soprattutto nel periodo successivo al Concilio Vaticano II, a considerarlo sì una grande icona del passato, di fatto però ignorandone il ruolo di “dottore universale”, e di guida perenne all’uso della “retta ragione” nel pensiero cristiano. Come affermato da papa Francesco, è oggi necessario ritornare a un tomismo “vivo” (“sapienziale” più che “scientifico”, potremmo aggiungere), non solo oggetto di studi filologici e storico-critici ma esempio concreto, e sempre attuale, dell’uso della ragione naturale posta alla ricerca delle cause prime dell’essere, e quindi della verità suprema: condizione preliminare per il ben vivere e il ben operare, e per l’attuazione di un “cristianesimo integrale”».
Papa Leone XIV, tra l’altro vostro ex allievo dell’università Angelicum di Roma, nel 2025 dopo aver dichiarato dottore della Chiesa san John Henry Newman lo ha associato come co-patrono della missione educativa assieme a Tommaso d’Aquino. Qual è, a suo giudizio, il filo rosso tra i due pensatori? E come leggere il senso di questo patronato?
Anche John Henry Newman, come san Tommaso d’Aquino (e Aristotele prima di lui), ha dato grande valore al retto uso della ragione naturale, demitizzando la razionalità scientifica in favore della ragionevolezza della vita quotidiana. L’Aquinate insegna che la verità è universale e che la ragione trova la sua pienezza nella fede; Newman, in continuità con lui, mostra che la coscienza non è il luogo della soggettività, ma il santuario interiore dove Dio parla all’uomo. La scelta di papa Leone XIV di affiancare san John Henry Newman a san Tommaso d’Aquino nel patronato della missione educativa significa, quindi, proporre un modello educativo che non si limiti a comprendere la realtà, ma ad orientarsi in essa verso Dio».
Un santo, dunque, che parla all’uomo di oggi anche per il suo essere un mistico?
«Direi proprio di sì. “Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione”. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la “carità della verità” con cui egli si è santificato, e ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, o influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta».
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