• 9 Febbraio 2026 5:47

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Niscemi e quella domanda: cosa salvare da casa in 10 minuti?

Le persone che hanno lasciato abitazioni, attività commerciali e studi professionali a causa della frana a Niscemi, Caltanissetta/ Ansa
Le famiglie sfollate entrano nelle proprie case una sola volta. Il tempo di prendere documenti, medicine, qualche ricordo. La frana ha trasformato la casa in un luogo ostile e costringe a una scelta brutale: cosa resta di noi quando il tempo si riduce a pochi minuti
Dieci minuti. Poco tempo per pensare. Dieci minuti per entrare in casa e uscirne con ciò che resta necessario alla vita. Sta accadendo a Niscemi, dove a famiglie intere viene concesso un accesso contingentato alle proprie abitazioni. La casa che diventa un luogo ostile, da attraversare in fretta, senza voltarsi. Sospesa su un canyon che si allarga a mano a mano che il terreno cede. Nove minuti. Niscemi, Sicilia, anno 2026. E noi, cosa prenderemmo? Quale oggetto afferreremmo per primo? Avremmo lucidità o saremmo travolti dalla confusione, le mani che tremano, la paura di sbagliare. Otto minuti, una selezione brutale tra ciò che serve e ciò che siamo.
niscemi1-300x170 Niscemi e quella domanda: cosa salvare da casa in 10 minuti?A Niscemi si entra in casa accompagnati, guardati, cronometrati. Millecinquecento gli sfollati dalla zona rossa. Devono registrarsi sul sito del Comune. Poi, solo se la situazione lo consente, possono rientrare in casa una sola volta con i vigili del fuoco. In mano le sporte di tela del supermercato. Si recuperano documenti, medicine, qualche vestito. Sette minuti. Il necessario, appunto. Ma chi decide cosa è necessario quando una vita intera è compressa in quattro mura? Una foto incorniciata è superflua o vale tutto? Un quaderno pieno di appunti è sacrificabile? Un libro con le sottolineature della giovinezza può restare lì? Eppure, quanto della nostra identità più profonda è in quegli oggetti? Sei minuti. Recuperare un documento, certo. Soldi, ovvio, se ne abbiamo lasciati in casa. E poi cosa? Un quadro? Quel peluche di una figlia?
Il dramma non è solo materiale: è lo scarto improvviso tra la vita che continuava e la sua interruzione. Fino a ieri quella casa era un rifugio, oggi è una zona rossa. Fino a ieri si usciva di fretta per andare in ufficio, oggi si entra forse per l’ultima volta come ospiti precari, il conto alla rovescia nella testa. Cinque minuti. La cronaca parla di sicurezza. Di perimetri e di rischio. Parole che non bastano a raccontare lo smarrimento di chi deve scegliere cosa salvare sotto lo sguardo dell’orologio. In un mondo che ci illude di avere tempo, accumulo, controllo, cosa resta quando tutto si restringe? Quattro minuti. Le sovrastrutture della vita che si riducono all’osso. Che ci costringono a distinguere tra ciò che ha valore e l’abitudine. Tra ciò che è essenziale e la routine.
Saremmo razionali? Prenderemmo i documenti della casa, le medicine che ci servono. Ma poi? Tre minuti. Un oggetto inutile agli occhi di chi osserva, indispensabile per noi. Una lettera. Un anello. Una borsa. Una giacca a cui siamo affezionati e che tiene in vita un ricordo. Gesti affrettati che misurano la fragilità della nostra idea di sicurezza. “Con la mia famiglia abbiamo preso poche cose e lasciato tutto il resto”, racconta uno degli sfollati, senza concedere dettagli. Basta poco perché la normalità si frantumi. Fino a ieri ci sembrava una frase fatta. Ma Niscemi non è un’eccezione. È un frammento di futuro che può riguardare tutti noi. Eventi improvvisi, emergenze, evacuazioni. Quelle immagini le abbiamo già viste. La possibilità concreta di dover riassumere un’esistenza in una sporta. Due minuti. Lo sappiamo già che la vita non coincide con ciò che possediamo, ma quanto è maledettamente complicato separarla senza dolore dagli oggetti che la rappresentano.
Un minuto. Le porte si richiudono, ciò che resta dentro non è solo arredamento, assomiglia più a un tempo congelato. Chi esce porta con sé la drammatica consapevolezza che tutto può essere ridotto, all’improvviso. E che la vera domanda non è cosa recupereremmo in un attimo, ma cosa di noi stessi sapremmo riconoscere come davvero irrinunciabile. Forse niente. Forse tutto.
(fonte Avvenire)