• 9 Febbraio 2026 4:01

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Don Bosco: un morto di fame

Io immagino che il nostro don Bosco si stesse segnando tutte le “offese” e i “giochi di parole” che in questi anni gli ho dedicato nei miei articoli, per poi presentarmi il conto quando ci vedremo in Paradiso. Ma fino a quando non lo incontro, cerco di divertirmi qui sulla terra mostrando un amore sconfinato, allegro e furbo proprio come ha fatto lui; d’altronde, se andassimo a vedere quanti “minchione” e nomignoli il nostro don Bosco dava ai suoi ragazzi, vedremmo che io in confronto sono un angelo.

Dopo aver detto che non esiste, dopo avergli dato del fallito, del boomer e aver preannunciato la chiusura di tutti i salesiani, quest’anno mi sono concentrato sulla fame di don Bosco e su come questa lo abbia logorato per tutta la vita.

Ma esattamente fame di che cosa? Agnolotti del plin? Bagna cauda? Polenta? Castagne? Si sa che a Valdocco spesso c’era la ministra, il più delle volte annacquata per farla allungare, ma ovviamente non stiamo parlando di questa fame. La fame di don Bosco era un’altra, una fame che persiste anche quando il mondo attorno (ieri come oggi) ti dà troppo da mangiare (suggerisco, per capire meglio, di ascoltare All youcan eat degli Eugenio in Via Di Gioia). Una fame di Verità — badate bene, non a caso scritto maiuscolo. Tutta la vita di don Bosco è stata una costante ricerca della Verità, e sappiamo che la Verità è solo Cristo. Ecco perché, in mezzo a tutte le proposte del mondo, davanti a tutti gli idoli che il mondo ci propone da mangiare, don Bosco è rimasto con la fame: una fame saziata solo quel 31 gennaio 1888, quando finalmente ha potuto vedere il suo Salvatore.

Andiamo a cominciare.

Don Bosco è stato un morto di fame perché “quanto più un giovane era immeritevole tanto più lo prediligeva”. Non si fermava al successo e alle belle vetrine: andava dai più disgraziati, da quelli che nessuno voleva.

Don Bosco è stato un morto di fame perché, come disse il cardinale Vives, “ho sfogliato molti processi, ma non ne ho trovato uno così riboccante di soprannaturale come quello di don Bosco”. Davvero non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano a un’impresa che non avesse di mira la salvezza delle anime.

Don Bosco è stato un morto di fame perché visse l’Oratorio come il modo singolare in cui l’azione di Dio si manifesta e fiorisce. Non era attaccato agli ambienti, non gli interessava costruire opere sociali: disse con i fatti, prima ancora che con le parole, il da mihi animas.

Don Bosco è stato un morto di fame perché non ha estinto la sua sete di conoscere, di aggiornarsi, di informarsi. E pensare che oggi molti hanno il coraggio di mettersi la maglietta con scritto “salesiano” (animatore, cooperatore, ex-allievo e altro) senza aver mai letto nulla di don Bosco, senza aver mai letto le Memorie dell’Oratorio, il suo vero testamento, la sua storia di un’anima.

Don Bosco è stato un morto di fame perché ha amato i giovani più abbandonati. È vero, lo abbiamo detto sopra, ma è necessario ricordarlo. Davvero aveva a cuore i più monelli. Non è un caso che molte sue lettere siano indirizzate agli artigiani (che chiama “pupilla del suo occhio”) e alla casa di Mirabello con direttore il suo Michelino. Chi dava più preoccupazione, chi doveva essere escluso, era per don Bosco il suo primo pensiero. Forse non erano i giovani da copertina come Cagliero, Savio, Francesia, ma proprio per questo furono forse i prediletti.

Don Bosco è stato un morto di fame perché non dà sazio. Incontra i ragazzi per strada e spesso lascia molte cose non dette: basti pensare a Michele Magone, incontrato alla stazione e poi lasciato là senza una proposta, senza essersi fermato per dargli tutto. No, don Bosco non dava tutto subito: lasciava alcune situazioni in sospeso perché sapeva che il Buon Dio avrebbe agito.

Don Bosco è stato un morto di fame perché ci ha fatto credere di non aver mai capito il sogno dei 9 anni. Nella vita di don Bosco ci sono numeri importanti: 9, 16, 19, 21 e 22. No, non sono numeri da giocare, ma sono — secondo don Lemoyne — le volte in cui il sogno dei 9 anni si è ripetuto. A 9 anni il grande sogno; a 16 la promessa dei beni materiali; a 19 un comando deciso che gli fa capire di non potersi tirare indietro; a 21 gli viene mostrata la classe di giovani cui dovrà dedicarsi; a 22 la grande città: Torino. Quante volte ci hanno raccontato il sogno dei 9 anni, quante volte abbiamo ascoltato quella famosa frase “a suo tempo tutto comprenderai”, immaginando un don Bosco che inizia fidandosi ciecamente del Buon Dio perché non aveva compreso… Beh, possiamo dirlo: non è andata proprio così. La testimonianza di Giuseppe Turco, compagno di scuola di don Bosco, racconta come il nostro santo avesse già chiaro di voler diventare prete — non un parroco, dice — ma un prete che raccoglieva tanti giovani poveri e abbandonati attorno a sé. E parlando del sogno, così ricorda:

“Un giorno lo vediamo, fuor del consueto, tutto allegro correre e saltellare per la nostra vigna e tutto festoso presentarsi a mio padre. – Che hai, Giovannino, che sei tutto così allegro, mentre da un po’ di tempo ti vedeva tutto mesto? – Buone nuove, buone nuove. Stanotte ho fatto un sogno in cui vidi che io avrei continuato gli studi, mi sarei fatto prete, e mi troverei a capo di molti giovani della cui educazione mi sarei occupato per il resto della mia vita. – Ma questo non è che un sogno. Poi, dal detto al fatto… – Oh, il resto è nulla: io mi farò prete e sarò alla testa di tanti giovani, cui farò molto del bene.”

Don Bosco è un morto di fame non perché non abbia compreso — d’altronde il Buon Dio non chiede una fiducia cieca — ma perché, proprio per questa sua fame di Verità, ha avuto dubbi, tentazioni, momenti in cui non si sentiva degno, e fallimenti (anche con i ragazzi che accoglieva). Ma la fame di questa Verità lo ha spinto oltre l’inimmaginabile.

Senza questa fame oggi noi non avremmo don Bosco, e diciamocelo: saremmo tutti orfani. È la fame e sete di Verità che ha mosso don Bosco, che gli ha permesso di lasciare il segno, di vivere l’ordinario in maniera straordinaria, di far sì che anche la sua morte diventasse una festa. Scrive Braido:

L’accompagnamento funebre era un corteo trionfale per “un grande più vivo che mai nella venerazione della moltitudine, nell’ossequio alla sua memoria, nella grandezza delle sue istituzioni”. La Bara veniva trasportata nella Chiesa di San Francesco di Sales in attesa della tumulazione. “Che bella festa! più di uno andava esclamando – commentava il cronista – e chi sulle prime era meravigliato di tale esclamazione concludeva esso pure dicendo: “Che bella festa”. Era un ripetersi a vicenda le parole argute e amorevoli udite dalle labbra di don Bosco, un narrare i più cari tratti della sua vita, con un sorridere, con un senso di contentezza quale difficilmente si può dire a parole. Il lutto era cessato. Tutti sentivano che don Bosco viveva e che non era lontano

Tutti sentivano e sentono che don Bosco vive e che non è lontano, perché è questo che fa l’Amore lascia il segno; perché don Bosco senza la Verità, senza Cristo non sarebbe don Bosco. Ancora oggi don Bosco c’invita e c’incoraggia ad avere fame di Verità a cercare Cristo nella nostra vita; solo così saremmo capaci di fare scelte audaci, solo così saremmo davvero salesiani, solo così saremmo felici nel tempo e nell’eternità.

( Fonte: insieme.sdbsicilia.org – Stefano Cortesiano SDB)