• 10 Febbraio 2026 18:49

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Catania: Rosario e il racconto delle periferie

«La storia non si guarda dalla prospettiva dei vincenti, che la fanno apparire bella e perfetta, ma dalla prospettiva dei poveri, perché è la prospettiva di Gesù». Papa Francesco

Rosario Battiato, referente comunicazione della Caritas diocesana di Catania, hai dovuto lasciare andare qualcosa per imparare a leggere e, nel tuo caso, raccontare la storia dalla prospettiva delle persone povere?
«Assolutamente. Sono giornalista da venti anni e prima di arrivare in Caritas lavoravo per un quotidiano economico regionale. Il mio sguardo sul territorio ma anche sulla gente che abita il territorio era del tutto diversa. Con l’ingresso in Caritas le persone che ho incontrato mi hanno educato, mi hanno abituato a vedere la realtà della povertà. Ho lasciato andare molte convinzioni che avevo su come le persone si ritrovano a vivere in condizioni di povertà. Ho dovuto in qualche modo ricostruire la mia idea di realtà da questo punto di vista. Sì, possiamo dire che avevo dei pregiudizi. Venivo da un settore che si occupava di osservare il mondo dal punto di vista dei numeri; qui invece ho a che fare con le persone. Sempre. Certo, in Caritas utilizziamo anche i numeri, ma partendo dal presupposto che quei numeri non sono sufficienti a illustrare la realtà di tutti i giorni. Quella ce la consegnano davvero solo le storie delle persone».

Rosario Battiato, 42 anni, due figli, da sette anni in Caritas di Catania. Oggi è impegnato anche a comunicare la “declinazione locale” del progetto promosso da Caritas Italiana “Percorsi di Speranza”. Il documento “Percorsi di Speranza a Catania: Inclusione e Dialogo per il Giubileo 2025” (progetto che prosegue in questi primi mesi del 2026) reca in esergo la frase di Papa Francesco dalla quale siamo partiti per questa intervista. Che ci ricorda quanto sia importante assumere la prospettiva dei poveri anche per raccontare. Come fa Rosario. Raccontare per trasformare.

“Percorsi di Speranza” anche a Catania vuole promuovere inclusione sociale, cittadinanza attiva e dialogo interculturale. Nello specifico della diocesi etnea, nel quartiere San Cristoforo. Lo sta facendo coinvolgendo persone in emergenza abitativa, comunità locali e migranti nella costruzione partecipata di una città più giusta e solidale. Perché San Cristoforo?
«Si tratta di uno dei quartieri “più complessi” di Catania. San Cristoforo, 22mila abitanti, ha una narrazione, anche a livello mediatico, distorta, nel senso che è un quartiere di cui si parla soltanto per fatti di malaffare, di criminalità. Ovviamente c’è anche e soprattutto altro. Di questo “altro” abbiamo fatto parlare gli stessi abitanti del quartiere perché gli altri catanesi lo riscoprano. San Cristoforo è una periferia che sta dentro la città, non è lontana dal centro. Una periferia più culturale, economica che geografica. “Percorsi di speranza” a San Cristoforo si è intrecciato con altre iniziative che la diocesi ha messo in campo, come “Cantiere per Catania”, che tiene insieme una serie di realtà del territorio che stanno cercando di promuovere un’idea del quartiere diversa ma soprattutto per rendere i cittadini protagonisti sin dalla fase delle proposte, dalla progettualità.

Come stai cercando di trasformare la narrazione su San Cristoforo?
«Anche per quel che riguarda la comunicazione siamo concentrati sul coinvolgimento degli abitanti, o meglio, facciamo in modo che i media locali, anziché chiedere alla Caritas quale è la situazione del quartiere, apprendano questa realtà direttamente dagli abitanti. È vero che parliamo di un quartiere ad alta disoccupazione e a rischio dispersione scolastica, però ci sono anche tanti giovani che svolgono lavori gratificanti, dopo un percorso di studi realizzato con il supporto di chi in quel quartiere opera ma soprattutto grazie alla loro forza di volontà e alla incessante attenzione e cura delle famiglie. Importante, dunque, partire da questi esempi positivi, portare i ragazzi a parlare nelle scuole, per mostrare una strada diversa da percorrere, senza le scorciatoie dell’illegalità, della criminalità».

Gli abitanti che raccontano il loro quartiere. Da “essere detti” dai media a dirsi autonomamente. Finora solo la cronaca nera ha parlato di San Cristoforo?
«In larga parte sì. Sono i pezzi di cronaca su fatti criminosi e sulle iniziative delle forze dell’ordine a disegnare l’immaginario di San Cristoforo. Generalmente gli abitanti non avevano la possibilità di esprimersi. Noi abbiamo cercato anzitutto di farli incontrare tra di loro attraverso una parte del progetto dedicata ai laboratori partecipativi. Li abbiamo svolti a Casa Betania, un co-housing sociale per nuclei monoparentali con mamme e bambini inseriti in un percorso di autonomia. La struttura è in un altro quartiere, ma sempre nell’area di San Cristoforo. Lì abbiamo dato appuntamento a tutti: persone del quartiere, volontari, parroci. Abbiamo coinvolto anche l’università, alcune signore ospitate all’interno della struttura, gli ospiti di altre opere segno promosse dalla Caritas. Una presenza variegata che andava dai giovani alla signora di 84 anni che fa volontariato, ad altre signore con storie di violenze domestiche che loro hanno deciso di raccontare. Insomma, tutte persone che si sono guardate negli occhi, confrontate e cercato una via. Magari da percorrere insieme».

Quando si racconta una periferia, spesso si parte dal disagio, da quello che manca, che non funziona. Voi avete percorso un’altra strada, che vi ha portato anche a sperimentare la creatività.
«Sì, anche con i workshop di video e foto, che sono sfociati nella mostra fotografica “Si muove la città” (più sotto, foto della mostra). Per svelare un quartiere condannato all’invisibilità attraverso la ricerca della bellezza. Un quartiere che dall’esterno viene vissuto quasi come un corpo estraneo alla città. È stato un modo per ribaltare la narrazione da dentro. Anche se l’esigenza dalla quale siamo partiti è di tipo puramente formativo. Nell’ambito di “Percorsi di speranza” abbiamo pensato di dare ai ragazzi degli strumenti di base sulla comunicazione contemporanea e quindi, in accordo con una società di comunicazione che si è occupata anche di fare un video di restituzione dell’intero progetto, abbiamo organizzato il workshop. Questi fotografi e videomaker professionisti hanno dato indicazioni sulla storia della fotografia, su come si scatta una foto, su come si utilizza uno smartphone per fotografare. All’interno del workshop abbiamo vissuto una giornata di fotografia sociale su strada e in quell’occasione abbiamo aggregato il nostro gruppo a un altro che sta seguendo un corso di buona comunicazione con l’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali. Si è creata una sorta di collaborazione tra ragazzi che vivono il quartiere e ragazzi di altre parti della città e della diocesi. Insieme hanno realizzato questi scatti in giro per la città. Un confronto bellissimo!».

Rosario, in generale ci sono criticità che più di altre corrono il rischio di essere “normalizzate” e per le quali serve uno sforzo anche di comunicazione maggiore?
«Bisognerebbe sempre fare analisi contestualizzate. Ad esempio, Caritas Catania, come le altre Caritas, ogni anno realizza il Rapporto Povertà e Risorse. A volte l’attenzione dei media si concentra sui numeri più che sulle dinamiche che stanno dietro a questi numeri. Ma non voglio parlare dei colleghi giornalisti, bensì rivolgere proprio un appello a me stesso. Voglio pormi un obiettivo: far sì che emergano maggiormente le ragioni di questi numeri. A quanto serve dire soltanto che la povertà è aumentata del 4 per cento? Bisogna fare sempre più luce sui contesti, le storie, che sono articolate e complesse. Infatti già per il Report che uscirà quest’anno stiamo cercando di rimodulare la parte dei contenuti da cui poi deriverà tutta la parte comunicativa. Dobbiamo aprire sempre più alla narrazione di storie, alle testimonianze».

Quanto è difficile sottrarsi allo stereotipo della “periferia senza speranza” evitando però di edulcorare la realtà o nascondere i problemi?
«Abbastanza, non si può certo tralasciare il fatto che, ad esempio restando su San Cristoforo, si tratta di un quartiere con numeri record sul fronte della disoccupazione, della povertà educativa, della presenza della criminalità organizzata. Però bisogna sempre trovare formule di equilibrio, per cui se la mostra che abbiamo organizzato con tutta la comunicazione connessa ci racconta la bellezza del quartiere, un focus sarà dedicato a chiedere agli abitanti del quartiere cosa si aspettano dalle istituzioni. Va bene dire che a San Cristoforo si registra il 22 per cento di disoccupazione, però è necessario anche provare a declinare questo dato sulla realtà delle persone che ci vivono. Perché esiste questa disoccupazione? Perché mancano le scuole? Da qui provare a trovare delle soluzioni. Sempre con chi di fatto sta sul territorio».

C’è una storia, un episodio che più di altri fa emergere questo sforzo di vedere oltre la fatica?
«Mi viene in mente Luigi (nome di fantasia) e il suo bellissimo rapporto con il padre. Il papà di Luigi ha seguito il figlio costantemente e con amore in questi anni. Oggi Luigi ha 22 anni e mi racconta di come tanti suoi amici del quartiere abbiano scelto strade non proprio legali. Lui è consapevole del fatto che buona parte di merito nella sua storia ce l’ha la famiglia, ma la cosa ancora più rilevante è che oggi Luigi sente il peso di questa responsabilità e la esprime sia nei confronti dei fratelli che degli amici e si impegna ad accompagnarli in un percorso quotidiano, anche lavorativo».

La comunicazione in che misura può ridare slancio a una comunità? Incidere sulla partecipazione, sulla fiducia, sul senso di appartenenza?
«Intanto che la comunicazione possa fare qualcosa per la comunità me ne sono reso conto in Caritas. A Catania la Caritas è un’istituzione. È della Chiesa, però appartiene anche alla città. I catanesi rispettano la Caritas in quanto Caritas, oltre che in quanto Chiesa. C’è questa sorta di apprezzamento trasversale. I catanesi di tutte le età la considerano loro. E si è arrivati a questo punto anche grazie a un lavoro di comunicazione. La presenza costante nei media locali, la trasparenza in ogni cosa che facciamo. Questo ha contribuito a creare una sorta di fidelizzazione. E poi la Caritas qui opera dentro la città, con, ad esempio, i servizi di ascolto, con la mensa i centri informativi per i minori per ridurre o abbattere la dispersione scolastica. Se tutto questo è comunicato in maniera adeguata e le persone vedono corrispondenza tra ciò che si comunica e le attività concrete, si innesca un circolo virtuoso. Molti giornalisti locali – che per noi sono ormai quasi dei “volontari aggiunti” – facilitano il mio lavoro di addetto stampa. Perché con loro, nel corso degli anni, si è costruito un interesse vivo, profondo nei confronti di quello che fa la Caritas».

Torniamo al progetto “Percorsi di speranza”: cosa sta aggiungendo al tuo bagaglio culturale e umano?
«Per me il progetto è stato un momento per avvicinarmi ulteriormente a tante persone che non sempre riesco a intercettare, quindi umanamente sta rappresentando una tappa importantissima del mio cammino in Caritas. Per quanto riguarda la comunicazione, l’idea di lanciare e raccontare una mostra fotografica, che Caritas promuove per la prima volta, mi ha dato la possibilità di sperimentarmi su forme di comunicazione e riflessioni diverse».

Rosario, è sempre possibile raccontare la speranza, anche quando sembra fragilissima?
«Sempre. E credo sia proprio questa la grande lezione del progetto “Percorsi di speranza”, perché abbiamo ascoltato storie di donne e di uomini che hanno vissuto in condizioni estreme. Persone che hanno subito violenze, che per tanto tempo hanno vissuto in mezzo alla strada e che in qualche modo adesso sono riuscite a ricostruirsi una vita. Sì, la speranza, per quanto flebile, va sempre coltivata e soprattutto condivisa».

(fonte: italiacaritas.it)