• 19 Febbraio 2026 19:32

ilSycomoro

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«Non è possibile tacere davanti ai corpi dei migranti in mare. Ora apriamo gli occhi»

Il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, ha celebrato una Messa in cattedrale nel giorno in cui è stato ritrovato il primo cadavere vittima dei naufragi provocati dal ciclone Harry. «Siamo assediati da esperienze di morte, Europa e Italia non induriscano il loro cuore»
Quei 14 morti senza nome che il Mediterraneo sta buttando sulle coste italiane – resti di naufragi fantasma già dimenticati dai media – devono interrogare la coscienza collettiva. E per il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli, una delle diocesi che sta seppellendo i corpi probabilmente di vittime dei naufragi del ciclone Harry le scorse settimane, questo è un invito a restare umani.
Eccellenza, perché quando l’8 febbraio venne ritrovato il primo corpo nella sua diocesi lei ha voluto celebrare una Messa in cattedrale?
Mi sono chiesto: “Cosa possiamo fare?”, perché qui non si muove nulla. E allora, nel silenzio generale delle comunicazioni, mi sono detto che forse il mio primo dovere di vescovo, di pastore di una diocesi affacciata sul Mediterraneo era fare un discorso umano e cristiano. Non è possibile tacere davanti a certe situazioni. Ho colto l’occasione della memoria liturgica di santa Bakhita, protettrice delle vittime di tratta, schiava redenta da un incontro che le ha restituito dignità e vita. Ho pensato al Sud Sudan, da dove lei veniva, e all’Africa in generale. Quindi, il pensiero è andato alle vittime del Mediterraneo. La presenza di un corpo sulle nostre coste non può che essere un segnale, una provocazione, non può che essere letta come un invito ad aprire gli occhi. Nel giorno che apre la Quaresima, leggendo “Non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore”, ho sentito il bisogno di dire: “Europa, non indurire il tuo cuore; Italia, non indurire il tuo cuore”. Perché, se il cuore si chiude, non si è più capaci di riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi, nemmeno ciò che bussa alla nostra porta. Il mio gesto voleva essere un segnale alla comunità  cristiana, perché possa contribuire a svegliare le coscienze.
Ha detto di sentirsi “assediato” dai morti del Mediterraneo. Cosa significa?
I morti nel Mediterraneo potrebbero essere mille, ma sui social notizie di questo tipo suscitano commenti di odio, addirittura di gioia per le notizie di mamme e bambini morti in mare. Cosa è successo nel cuore di molta gente secondo lei?
C’è una terribile involuzione, un clima di insicurezza. Ho l’impressione che il mondo occidentale sia condizionato dall’individualismo, la gente si rintana nei social per fuggire dalla realtà. È difficile riuscire ad avere attenzione su questioni così drammatiche, siamo travolti dalle informazioni. Ma ciò che mi preoccupa è la difficoltà, nella nostra epoca di leggere anche le situazioni più tragiche con il cuore, con una capacità di visione globale. C’è paura del futuro e quindi quella novità che viene dal Mediterraneo, dall’Africa o dall’Est del mondo in genere, ci spaventa e ci fa rinchiudere nella nostra tana fingendo che il mondo cominci e finisca li. È un fenomeno opposto alla globalizzazione, però solo in termini emotivi, perché di fatto non possiamo rinunciarci e forse oggi ci rendiamo conto che non la governiamo noi.
Eppure l’Italia continua a salvare persone in mare.
Sì e pensiamo con gratitudine a chi opera nel Mediterraneo, agli uomini e alle donne della Marina e della Guardia costiera che vivono una vera missione. Sempre più appare veramente come quella parte d’Italia che resta solidale. È facile, come ha detto più volte Papa Francesco, voltarsi dall’altra parte. Ma la questione non è delegabile solo ai militari o a qualche restrizione giuridica.
Cosa serve secondo lei?
Lavorare insieme, con uno sforzo comune, anche sul piano della prevenzione. Ciò che accade oggi ci interpella in modo diretto: dobbiamo governare questi fenomeni nei limiti del possibile, senza perdere di vista la dignità umana. Tutti noi, cittadini italiani ed europei, dobbiamo continuare a restare umani. Mi auguro che non ci sia bisogno di aspettare tanti morti per essere svegliati a questa responsabilità e a questa apertura degli occhi e del cuore. Dobbiamo trovare percorsi educativi che costruiscano un sentimento nuovo nei confronti del vicino. E poi che sia sempre più possibile allargare  questa sensibilità anche sul piano della costruzione di regolamenti nuovi, sulla condivisione della terra con questi migranti che arrivano. Abbiamo bisogno di risposte anche politiche ed economiche nuove.
(fonte: Avvenire)