• 13 Maggio 2026 12:07

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Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davvero

di Romano Giuseppe Fina – Ho letto con interesse le sue dichiarazioni entusiaste sulla riduzione della dispersione scolastica. E guardi, glielo dico senza ironia: è una buona notizia. In un Paese dove troppo spesso la scuola ha perso ragazzi per strada come autobus di linea senza freni, riportare mezzo milione di studenti dentro il circuito scolastico è un risultato importante. Sarebbe sciocco negarlo.

Ma proprio mentre leggevo quei numeri, mi cadeva l’occhio sui dati Invalsi 2025. E lì ho avuto quella sensazione tipicamente italiana per cui si stappa lo spumante mentre dal soffitto inizia a scendere acqua.

Perché il problema è tutto qui: meno abbandoni, ma anche meno competenze. E il paradosso della scuola italiana sta diventando questo gigantesco elefante nel corridoio che tutti vedono ma nessuno vuole nominare troppo forte per non rovinare il clima motivazionale.

scuola-1-300x169 Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davveroQuasi uno studente su due non raggiunge i livelli attesi in italiano e matematica. Tradotto nella lingua concreta di chi sta in classe ogni giorno: ragazzi che leggono un testo e non ne colgono il significato implicito; studenti che sanno aprire cinque app contemporaneamente ma vanno in crisi davanti a una proporzione; adolescenti capaci di montare un video su TikTok con effetti degni della Pixar ma incapaci di distinguere una fonte attendibile da un tizio con il ring light acceso che urla in macchina contro il Nuovo Ordine Mondiale.

E la cosa più surreale è che tutto questo accade mentre continuiamo a ripeterci che la scuola “sta migliorando”.

scuola-300x169 Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davveroOra, io capisco perfettamente il ragionamento del Ministero: se riporti dentro la scuola studenti fragili, inevitabilmente la media si abbassa. È vero. Sarebbe persino ingiusto pretendere il contrario. Ma il problema è che da anni stiamo confondendo la permanenza con la crescita. Se un ragazzo resta seduto cinque ore al giorno in aula ma continua a non comprendere un articolo di giornale, a non saper argomentare un pensiero o a non possedere gli strumenti logici minimi per interpretare il mondo, allora non abbiamo risolto il problema: l’abbiamo semplicemente parcheggiato qualche anno più avanti.

E glielo dice uno che a scuola ci vive davvero. Non nei report. Nelle classi.

scuola-300x169 Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davveroSa cosa vediamo noi insegnanti? Vediamo ragazzi spesso intelligenti, anche sensibili, ma cognitivamente sfiancati. Ragazzi cresciuti in un flusso continuo di notifiche, video da sette secondi, contenuti consumati senza digestione mentale. Ragazzi che faticano terribilmente a sostenere l’attenzione su qualcosa che non abbia una gratificazione immediata. E mentre loro arrancano, noi adulti continuiamo ad aggiungere alla scuola tutto tranne ciò che servirebbe davvero.

Abbiamo trasformato le aule in una specie di centro commerciale pedagogico. Ci mettiamo dentro di tutto: educazione emotiva, digitale, ambientale, finanziaria, alimentare, affettiva, stradale, orientativa, inclusiva, immersiva, laboratoriale. Ogni mese nasce una nuova emergenza antropologica da scaricare sulla scuola, che ormai è diventata contemporaneamente famiglia sostitutiva, centro psicologico, sportello sociale, incubatore civico e intrattenimento motivazionale permanente.

Manca solo “Educazione alla Sopravvivenza durante le Riunioni di Dipartimento” e poi completiamo la collezione.

scuola1-300x170 Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davveroNel frattempo però succede una cosa curiosa: continuiamo a parlare di competenze mentre si sgretolano le basi stesse che permettono di costruirle. Perché senza comprensione del testo, senza logica, senza capacità linguistica, senza matematica di base, le famose competenze del XXI secolo restano slogan da convegno con buffet finale.

Ed è qui che entra in scena la vera grande questione, quella che nei dibattiti educativi viene affrontata con l’entusiasmo di chi deve fare una gastroscopia: l’intelligenza artificiale.

Perché tutti parlano dell’IA come se bastasse mettere un tablet in mano a uno studente per trasformarlo in cittadino del futuro. Ma la verità è esattamente opposta. Senza solide competenze linguistiche e logiche, l’intelligenza artificiale non emancipa: rende dipendenti.

scuola-300x160 Lettera aperta al Ministro Valditara da chi la scuola la vive davveroChi non sa comprendere un testo non governerà l’IA: la subirà.
Chi non sa argomentare delegherà il pensiero.
Chi non possiede strumenti culturali finirà per usare ChatGPT come oggi molti usano l’oroscopo: sperando che qualcuno pensi al posto loro.

E allora mi permetta una provocazione, Ministro. Forse il problema della scuola italiana è che abbiamo avuto paura della fatica educativa. Abbiamo lentamente abbassato l’asticella in nome dell’inclusione, confondendo l’accoglienza con la rinuncia alla profondità. Abbiamo iniziato a trattare ogni frustrazione come un trauma, ogni insufficienza come una violenza simbolica, ogni richiesta di rigore come un attentato all’autostima.

Ma il mondo reale, fuori dalla scuola, non funziona così.

Traumatizza eccome il lavoro precario. Traumatizza non capire un contratto. Traumatizza essere manipolabili da qualsiasi slogan politico o algoritmo social. Traumatizza arrivare a venticinque anni senza gli strumenti culturali per distinguere un ragionamento da una propaganda.

E allora forse la scuola dovrebbe tornare ad avere il coraggio di essere anche impopolare. Dovrebbe tornare a dire che leggere un libro richiede sforzo. Che scrivere bene non è un retaggio ottocentesco. Che la concentrazione non è una forma di oppressione fascista contro il multitasking. Che la conoscenza non può essere sostituita da una presentazione Canva colorata con tre emoji motivazionali.

Perché vede, Ministro, io sono sinceramente felice se meno ragazzi abbandonano la scuola. Ma mi piacerebbe che oltre a restare dentro gli edifici scolastici, riuscissero anche a entrarci davvero nella cultura, nel pensiero, nella capacità di comprendere il mondo.

Altrimenti rischiamo di creare la più perfetta distopia educativa possibile: scuole piene, studenti presenti, statistiche rassicuranti… e una generazione che non sa più leggere davvero la realtà che ha davanti agli occhi.

(don Chisciotte)