Il 25 maggio di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Africa. Delle giornate mondiali spesso non ne possiamo più; eppure, per alcuni temi finiti ai margini del racconto pubblico, queste ricorrenze conservano una funzione utile: costringerci a ricordare che quei temi esistono. Succede per esempio l’8 marzo con la parità di genere, il 25 novembre con il contrasto alla violenza sulle donne, il 10 ottobre con la salute mentale, il 5 giugno giornata mondiale dell’ambiente. Questioni che meriterebbero attenzione ogni giorno dell’anno, ma che affiorano alla coscienza mediatica solo intorno alla loro celebrazione.
L’Africa è una di queste. SI fa presto a dire Africa per raccontare una realtà enorme e variegata: 54 Paesi, decine di lingue, culture e sistemi politici differenti, un’età media di 19 anni — contro i 44,9 dell’Europa e i 49 dell’Italia — e una popolazione giovane che cresce e cambia rapidamente.Ogni anno, in questo periodo, l’ong Amref Health Africa insieme all’Osservatorio di Pavia analizza il modo in cui i principali media italiani raccontano il continente africano. Il quadro che emerge dal rapporto Africa Mediata è impietoso: dell’Africa si parla poco e quasi sempre attraverso gli stessi stereotipi — migrazioni, guerre, povertà. Con poche eccezioni. Tra queste, Avvenire, che secondo il rapporto propone uno dei racconti più inclusivi e meno schiacciati sui cliché.
Sull’Africa continuiamo a proiettare paure e semplificazioni. Già il fatto che venga nominata spesso come se fosse una nazione, e non un continente composto da 54 Stati — il doppio dei Paesi dell’Unione Europea — racconta molto del nostro sguardo. Dentro questo sguardo convivono il timore della povertà, una certa idea paternalistica dell’aiuto e, più in profondità, un razzismo spesso inconsapevole. Come osserva Achille Mbembe, “la paura dell’altro è sempre la paura di qualcosa dentro di noi” (Critica della ragione nera, Laterza, 2015). Lo ha definito “la futilità armata dal razzismo” don Emanuele Ferro, parroco di San Cataldo e delle chiese della città vecchia di Taranto, commentando l’uccisione di Soumaila Sacko per mano di alcuni giovani “per futili motivi”. Una definizione che colpisce perché mette insieme due elementi: la banalità del gesto e la profondità del pregiudizio.L’antropologia, negli anni, ha cercato di smontare molte delle categorie dietro cui il razzismo continua a nascondersi: “etnie”, “tribù”, “clan”, “rituali”. Parole che attribuiamo quasi automaticamente al continente africano, come se fossero tratti naturali e immutabili, quando invece spesso sono il prodotto storico dello sguardo e del potere coloniale. Forse la Giornata dell’Africa serve proprio a questo: non a celebrare un continente astratto, ma a ricordarci quanto ancora fatichiamo a guardarlo davvero.
(fonte Avvenire)
