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Veglia e la messa in via D’Amelio a 29 anni dalla strage

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Lug 20, 2021 #Antonio Vullo

Ieri sera in via D’Amelio, a Palermo, la veglia a cura del gruppo Agesci e la Messa per ricordare il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli uccisi nella strage mafiosa di via D’Amelio 29 anni fa. Iniziative anche oggi. La testimonianza di Antonio Vullo unico sopravvissuto all’attentato

“L’agonia di Gesù al Getsemani. In qualche modo la dinamica del Getsemani è la dinamica che racchiude il segreto della vita. Una dinamica che vive Gesù ma che può servirci per leggere la vicenda di Paolo Borsellino – ha detto nell’omelia padre Francesco Cavallini, gesuita che collabora con la pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Palermo, che ha concelebrato la Messa con don Luigi Ciotti e don Mimmo Napoli della parrocchia del Don Orione -. Gesù percepisce che rimanere fedele alla sua missione, rimanere fedele all’amore del Padre, rimanere fedele all’annuncio del vero volto di Dio, vuol dire andare incontro alla morte. E sperimenta la solitudine. Al Getsemani il Signore Gesù sperimenta la solitudine, tutti lo mollano, anche i più vicini, sperimenta il tradimento. Come non ricordare gli stati d’animo di Paolo Borsellino in quei giorni che vanno dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio: quel senso di solitudine, quel senso di tradimento, quel sentire che la morte è vicina. Lui sapeva che il tritolo per lui era arrivato a Palermo. Gesù vive questo momento con molta paura, con molta tristezza, era triste fino a sudare sangue. Nessuno è contento di morire, nessuna persona sana desidera la morte”. 

“Nel Getsemani Gesù sceglie di rimanere fedele alla sua missione – ha proseguito padre Cavallini – in quel momento sperimenta tutta la fatica, tutta la sofferenza dell’andare incontro alla morte. Paolo Borsellino aveva la possibilità di salvarsi, gli avevano offerto una serie di incarichi per lasciare Palermo, smettere di indagare sulla mafia. Il magistrato decide di rimanere: sa che rimanere dov’è, vuole dire andare incontro alla morte. Paolo Borsellino fu liberato dalla paura della morte. La sintesi è la sua frase “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”: non è vero che non ha paura, ma la paura non condiziona le mie scelte. La consolazione senza causa è quella esperienza interiore che viene da Dio che sostiene quelli che in questo mondo cercano il bene, l’amore, costi quel che costi. Rimanere fedeli costi quel che costi. E Paolo vive tutto questo e per questo è un esempio”. 

Don Ciotti: “la violenza non è solo quella delle armi, è anche quella culturale” 

Il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, partecipa ogni anno alle iniziative per non dimenticare le vittime della strage di via D’Amelio.

“Ancora di più non dobbiamo dimenticarci che loro sono morti e noi dobbiamo essere più vivi, più responsabili, più attenti. Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di una memoria viva che si deve concretizzare tutti i giorni in responsabilità e in impegno per evitare che diventi la retorica della memoria, che diventino celebrazioni, che diventino anche, a volte, delle passerelle. Loro sono morti e noi dobbiamo essere più vivi. Più vivi vuole dire batterci oggi più che mai, perché nel Paese emerge con estrema forza che si va verso la normalizzazione, complice che le mafie hanno nuove forme, c’è meno sangue, meno attentati, meno, apparentemente, violenza. Dimenticando che la violenza non è solo quella delle armi, degli esplosivi, ma la violenza è anche quella culturale, di un sistema. La violenza è fatta anche di superficialità, indifferenza, di delega. Noi siamo qui, perché loro possono vivere dentro le nostre scelte e i nostri impegni”. 

“La famiglia mi ha dato la forza per andare avanti” 

Antonio Vullo è l’unico agente di scorta del magistrato sopravvissuto all’eccidio: “L’emozione, il dolore è sempre presente. Sono 29 anni e ancora non abbiamo una verità, quel dolore rimane sempre forte. Quando vengo qui e sono da solo – racconta Antonio Vullo in via D’Amelio davanti all’Albero della Pace, un ulivo proveniente da Betlemme piantumato un anno dopo la strage nella voragine lasciata dall’esplosione del tritolo – trovo la mia pace, perché io in questo luogo ho perso un po’ della mia vita, ho perso dei fratelli, degli amici, delle persone veramente belle e soprattutto il giudice Paolo Borsellino, che era la persona giusta per potere dare quella svolta decisiva e contribuire a rendere libera la Sicilia e non solo la Sicilia”.

(fonte Vatican News, Alessandra Zaffiro)