Commento di Suor Cristiana Scandura
Lunedì della VI settimana del Tempo Ordinario
Letture: Giac 1,1-11 Sal 118 Mc 8,11-13
“Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova” (Mc 8,11).
Gesù non accoglie la richiesta dei farisei, perché non c’è nessun desiderio sincero nel loro cuore, nessuna intenzione di mettersi in discussione, ma chiedono un segno unicamente per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. È inutile dare segni a chi si rifiuta di riconoscerli come tali. I farisei infatti avevano già visto molti segni compiuti da Gesù: la moltiplicazione dei pani, la guarigione di lebbrosi, ciechi, paralitici… come mai chiedono ancora segni? In seguito, neppure davanti alla risurrezione di Lazzaro e poi a quella di Cristo stesso, saranno disposti a credere.
Il problema non sta tanto nel chiedere dei segni, ma nell’atteggiamento interiore con cui li chiediamo e ci poniamo di fronte ad essi.
Nell’Antico Testamento, diverse volte Dio, attraverso la parola dei Profeti, spinge alcuni uomini a chiedergli un segno. Anche nel Nuovo Testamento leggiamo che l’Angelo dà un segno a Maria: il concepimento da parte dell’anziana cugina Elisabetta; come pure ai Magi dà il segno della stella che si ferma sopra la grotta dove è nato il Messia.
Non è dunque del tutto sbagliato, in certe circostanze, chiedere a Dio un segno (non certo però chiedergli segni all’infinito), ma bisogna farlo con animo umile e aperto. Ponendosi, soprattutto, in un atteggiamento di ascolto per sapere riconoscere il segno che Egli vorrà donarci e senza dimenticare che “il segno dei segni” è Cristo: abbiamo davvero bisogno di altro? Non ci ha Egli già detto tutto nel Vangelo?
