Carcere e clausura: due condizioni che si assomigliano per la presenza delle sbarre e l’estraniamento dal mondo, ma se nel primo caso la privazione della libertà è imposta dall’esterno come una punizione, nel secondo è, all’esatto opposto, una scelta personale di libertà. Da questa riflessione e da un incontro con le clarisse del monastero di Biancavilla, in provincia di Catania, tra le quali vive suor Cristiana Scandura, figura ben nota della Pastorale penitenziaria, è maturata la decisione di mandare ogni sabato mattina un ragazzo di 17 anni, autore di un reato grave, a lavorare in convento. “L’idea all’inizio è stata vista naturalmente con curiosità – racconta ai media vaticani Simona Marciano, l’educatrice della comunità che si occupa del giovane – ma abbiamo ricevuto il sostegno di tutti e si sta rivelando un’esperienza positiva di vita”.
L’istituto della messa alla prova
L’istituto giuridico della “messa alla prova”, particolarmente presente nel campo della giustizia minorile e di comunità, è capace di interrompere il processo penale e sostituirlo con un programma riabilitativo che, se portato a termine positivamente, può evitare la condanna, in considerazione anche della giovane età dell’autore del reato. “In genere questi ragazzi vengono arrestati in flagranza di reato e affidati a comunità come la nostra. Vengono improvvisamente privati della libertà e degli affetti e questo genera frustrazioni: da qui l’idea di mettere questi sentimenti a confronto con quelli di chi vive questo ritiro dal mondo volontariamente, per scelta: per questi ragazzi è uno choc”, spiega ancora l’educatrice che ci racconta questa storia a tutela della privacy del ragazzo che, essendo minorenne, non può parlarne direttamente.
Una scelta che fa bene all’anima
Il primo contatto tra il ragazzo protagonista di questa storia e le religiose in clausura avviene il 26 dicembre, in occasione di un pranzo di Santo Stefano organizzato proprio da suor Cristiana e dalle sue consorelle: “Era un’occasione di festa, dominata dalla meraviglia sia da parte dei nostri giovani che non conoscevano questa realtà, sia delle suore, evidentemente non abituate ad avere ospiti – racconta ancora Marciano – e in questa occasione è stata comunicata la decisione. Certamente il giovane era curioso, affascinato di poter entrare in un luogo dove nessuno entra, inoltre è anche un ragazzo che sta facendo un percorso di fede, sempre presente alla Messa e alle attività che proponiamo con la parrocchia”. Così, per il 17enne, il giardino del convento dove lavora ogni sabato, è pian piano diventato il luogo dell’anima.
Carcere e clausura possono parlare
Il bilancio di questa esperienza è molto positivo e secondo l’educatrice è un modello replicabile anche altrove: “Si tratta di un’occasione in cui ci si mette a confronto con la profondità della propria anima – conclude – il ragazzo si sta rendendo conto di riuscire a guardarsi dentro, di riuscire a stare in silenzio, che quel silenzio non pesa, che l’attesa può essere gioia e non perdita di tempo, che il tempo vuoto che abbiamo a disposizione non deve per forza essere riempito. Sta imparando che è bello ‘stare’ e riconoscersi in quello stare, accompagnati da persone che possono arricchirci, anche indipendentemente dal proprio percorso di fede”.
