Francesco ci ricorda che “siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. […] Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale” (Laudato si’, 128). Secondo la dottrina sociale della Chiesa, quindi, il lavoro non risponde solo al bisogno primario di sopravvivenza, ma anche a quello di realizzazione personale: “far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze” (Fratelli tutti, 162). Fra le cause di occupazione “non piena” troviamo sia il “trattare il lavoro come una ‘merce sui generis’, o come una anonima ‘forza’ necessaria alla produzione” (Laborem exercens, 7), con il rischio che “i meccanismi di mercato siano l’unico termine di riferimento della vita associata” (Centesimus annus, 19); sia l’esistenza di un “progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine” (Laudato si’, 2015, 128), a causa della “ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca, perché la disoccupazione che si produce ha come effetto diretto di allargare i confini della povertà” (Fratelli tutti, 2020, 20).
In questo contesto, “aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro” (Laudato si’, 128) perché “L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale” (Caritas in veritate, 25).
(Fonte Vatican News)
