• 9 Marzo 2026 20:50

ilSycomoro

Quotidiano di ispirazione cristiana e francescana

Il cuore nelle mani del Vasaio

“Bada dunque a te stesso, perché qualcosa di ciò che porta alla perdizione non ti distacchi dall’amore di Dio”, sono parole di Isaia l’anacoreta, vissuto intorno all’anno 370 dopo Cristo. Sto rileggendo la Filocalia, lo faccio per me, provo a farlo anche per noi, per questa nostra rubrica, provo a ripercorrere quel tragitto che porta dal deserto alla città e viceversa. Non sono un esperto di mistica, di padri della Chiesa, di spiritualità, non sono esperto di niente, ho ricordi che risalgono al seminario e poco più, ricomincio quindi con voi, non per spiegare ma per provare a pregare, per provare a stare nella ferita feconda di parole antiche e sagge che spero di non tradire troppo. Oggi sedetevi con me, se volete, al cospetto di Isaia l’anacoreta, stiamo in silenzio ad accogliere le sue parole che invitano a “badare a noi stessi”, gesto di cura, di custodia del tesoro che siamo. Il mistico ci invita a un gesto di attenzione affinché non ci distacchiamo dall’amore di Dio.
Che bello pensare che l’Amore di Dio anticipi le nostre scelte, c’è, viviamo in Lui, come tralci nella vite, occorre solo stare attenti, vigilare sulle parole, sui pensieri, sul male per non decidere di staccarci. Per non recidere. Poco prima il santo aveva scritto “ti raccomando, finché sei in questo corpo, di non rilassare il tuo cuore”, che bella immagine! Tenere il cuore in tensione, tenerlo caldo, tenerlo vivo, così ci si aggrappa all’Amore di Dio, che non smette mai di sgorgare ma che noi possiamo scegliere di non considerare. Rilassare il cuore porta alla nostra morte.
Poi Isaia continua “Domina il tuo cuore e non lasciarti prendere dall’accidia, non dire «Ma come potrò custodirlo se sono un uomo peccatore?»”. L’accidia, in questa frase, è una domanda subdola e apparentemente umile. Il rischio è di utilizzare la nostra miseria come scusa per non tenere il cuore vivo, cuore che non è solo la nostra parte emotiva ma è il centro, il fulcro profondo della nostra umanità. Non sentirsi all’altezza, definirsi incapaci d’amare, scavare nel passato per trovare alibi della nostra inadeguatezza non è fede è il suo contrario. È tentazione, è lasciarsi dominare dal dubbio, dal male, è scivolare nell’ombra. Mi pare magnifico per me, per noi, oggi. Mi pare siano parole di grandissima speranza, parole che ci invitano a rinascere, a rimettere il nostro cuore, tutto ciò che noi siamo, nelle mani del Padre che ci farà rinascere dall’alto.
E non importa se il nostro cuore è vecchio, non importa se ha tentato mille volte di amare e non ci è riuscito, non importa se è ferito, importa solo il nostro gesto di affidamento: rimetterlo nelle mani divine del vasaio. Sentite la speranza di un movimento come questo? Sentite la bellezza di poter camminare tra le strade delle nostre città non schiacciati dal peso dei nostri errori ma liberi e leggeri per la possibilità di ricominciare ad amare davvero qui e ora, adesso. Sentite anche voi la responsabilità di attenzione che questo comporta? Essere vigilanti per non affossare i tentativi d’amore dei nostri fratelli, essere capaci di non uccidere chi incrociamo con antichi pregiudizi, imparare da Cristo che sapeva aprire spazi di eternità a partire dalla concretezza delle persone che incontrava.
Poi Isaia continua “Quando infatti l’uomo abbandona i suoi peccati e si volge a Dio, la sua penitenza lo rigenera e lo fa tutto nuovo”.
Mi commuovono queste parole, antiche e così vive qui, adesso. Peccato, peccato vero è togliere gli occhi da Dio, non guardarlo più, abbassare lo sguardo. Mi pare di sentirle le mani di Dio che, come padre misericordioso, come madre paziente, avvolgono le nostre guance per poterci guardare ancora negli occhi. Vedere Dio e vivere. Immergersi nello sguardo di Cristo. Nel cuore di questa quaresima mi sembra un grandissimo dono sentire, con Isaia anacoreta, che la penitenza non è egoistico esercizio di mortificazione ma divina possibilità di rigenerazione, dono di un Dio che non smette di fare nuove tutte le cose, noi compresi.
(fonte Avvenire)